L’evoluzione del Terrorismo Jihadista – da Al Qaeda allo Stato Islamico

Introduzione

 

Il 29 giugno 2014 il gruppo jihadista ISIS, sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, ha proclamato la nascita del proprio Califfato, a cavallo tra Siria e Iraq. Per la prima volta nella storia un gruppo terroristico è riuscito a ottenere un controllo territoriale tale da arrivare a proclamarsi Stato, dando così un volto nuovo al fenomeno del terrorismo salafita-jihadista. ISIS è riuscito a raggiungere in pochi anni un obiettivo che Al Qaeda, tradizionalmente considerata faro dell’universo jihadista, non è mai riuscita a realizzare; e tale successo, nell’opinione di chi scrive, è meglio spiegabile guardando alle caratteristiche specifiche interne ai singoli gruppi che non guardando alle caratteristiche del più ampio contesto operativo.

Nella storia pochi eventi hanno avuto un impatto tanto sconvolgente nell’immaginario collettivo internazionale come l’11 settembre. Questa data rappresenta l’apice del successo di Al Qaeda sotto la guida di Osama bin Laden, il punto massimo in termini di visibilità internazionale, di capacità operativa e di potere di attrazione verso la propria ideologia che un gruppo terroristico avesse mai raggiunto. L’11 settembre, però, è anche uno spartiacque fondamentale nella storia dell’evoluzione di Al Qaeda; è il momento che segna il passaggio a una nuova fase nell’organizzazione e nella strategia del gruppo, ed è il momento a partire dal quale prende forma la struttura di Al Qaeda che conosciamo oggi. Con l’11 settembre, infatti, emerge l’attuale fenomeno della cosiddetta “Nebula jihadista” in cui Al Qaeda e jihad non sono più sinonimi, nella misura in cui, sia in Medio Oriente che in Africa, emergono gruppi jihadisti indipendenti dal nucleo di Al Qaeda, che, pur accomunati ad essa dalla stessa ideologia, non giurano necessariamente lealtà a bin Laden e al-Zarahiwi ed elaborano piani operativi indipendenti.

È in questo sviluppo dell’universo jihadista che si colloca ISIS. Nato da quello che era il gruppo di al-Zarqawi, Al Qaeda in Iraq, sotto la guida di al-Baghdadi ISIS ha sempre più preso le distanze da al-Zarahiwi, fino ad emergere come gruppo in competizione con il nucleo tradizionale di Al Qaeda per il ruolo di guida e riferimento dei gruppi jihadisti. Con al-Baghdadi, ISIS ha realizzato un obiettivo fino a quel momento mai raggiunto da nessun gruppo jihadista: la creazione di un Califfato a cavallo di Siria e Iraq. Dal momento dell’instaurazione del Califfato, il potere di ISIS nella regione è andato non solo crescendo, ma, elemento forse ancora più importante e pericoloso, consolidandosi.

Ma quali sono i fattori che possono spiegare il successo che ISIS, indipendentemente da quello che sarà l’esito della sua ascesa, è stato in grado di ottenere? Quali elementi, che differenziano ISIS da Al Qaeda, spiegano perché il primo abbia ottenuto risultati e realizzato obiettivi che il secondo, neppure nella fase di massima influenza e capacità, ha pensato di raggiungere?

A un anno dalla proclamazione del Califfato, il presente lavoro si ripropone di individuare quegli elementi connessi alla struttura di ISIS, e non al contesto regionale nel quale il gruppo si è trovato ad operare, che lo differenziano da Al Qaeda e che più possono contribuire a spiegarne il successo.

Nell’opinione di chi scrive, i fattori che hanno reso possibile il successo del gruppo di al-Baghdadi e che nel corso del lavoro saranno utilizzati per costruire un confronto tra Al Qaeda, Al Qaeda in Iraq (AQI) e ISIS sono quattro:

  1. Gli obiettivi e la modalità d’azione. Per ognuno dei tre gruppi considerati verranno analizzati gli obiettivi specifici che ciascuno di essi si è dato. A partire dalla stessa ideologia di fondo che è quella salafita-jihadista, che individua nel jihad il mezzo per la difesa dell’Islam dagli infedeli e la considera un dovere per ogni musulmano, i tre gruppi sono pervenuti ciascuno all’elaborazione di obiettivi propri. Dall’analisi degli obiettivi si passerà poi a quella del modus operandi, in virtù dello stretto collegamento esistente tra queste due dimensioni: definiti gli obiettivi della propria azione, infatti, ogni gruppo costruisce in funzione di essi la propria strategia. Nel comprendere le differenze in termini di obiettivi e di modalità d’azione, inoltre, viene preso in considerazione lo scenario operativo di ogni gruppo, in quanto esso colloca l’azione del gruppo entro certi limiti e lo costringe a confrontarsi con un determinato contesto. Vedremo, allora, come la presenza di Al Qaeda, prima nei safe havens in Sudan e Afghanistan, e ora nell’area a confine tra Afghanistan e Pakistan, contribuisca a spiegare le strategie scelte dal gruppo per condurre i propri attacchi; e lo stesso collegamento verrà fatto per AQI e ISIS, cercando così di comprendere come la presenza in un teatro di guerra specifico come quello iracheno post-2003 abbia influenzato le tattiche scelte da AQI per raggiungere il proprio obiettivo di Stato Islamico in Iraq, e come ISIS abbia costruito la propria strategia sulla base del confronto con il proprio specifico contesto operativo, ossia l’area tra Siria e Iraq nel periodo post-2010.
  2. L’organizzazione del gruppo. Per quanto riguarda questa dimensione, l’attenzione sarà posta sulla struttura interna dei singoli gruppi, la cui centralizzazione o meno contribuisce a spiegare le potenzialità della loro azione. La centralizzazione, come vedremo, ha infatti un’influenza positiva sull’azione di un gruppo, nel momento in cui più un gruppo è centralizzato e più coordinamento degli attacchi e controllo raggiungono livelli elevati. Vedremo, infatti, che Al Qaeda ha raggiunto i massimi risultati nel periodo 1996-2001, quando grazie a una presenza sicura e stabile nel safe haven afghano era riuscita a dotarsi di una struttura centralizzata e piramidale[1], tale per cui la leadership aveva un solido controllo su ogni fase dell’attività del gruppo, dalla pianificazione, all’addestramento alla messa in atto. Fu questa centralizzazione, che Al Qaeda perderà dopo il 2001, a rendere possibile un alto livello di coordinamento degli attacchi, un’efficace gestione delle finanze necessarie per organizzare gli attacchi e il raggiungimento di un grado di sofisticazione che nessun gruppo prima aveva raggiunto[2]. Anche per AQI sarà evidenziata a questo rispetto la differenza tra la prima fase, in cui il gruppo era dotato di una struttura centralizzata ruotante attorno alla figura di al-Zarqawi che gli consentì di raggiungere elevate capacità d’azione[3], e la fase successiva, in cui la dispersione del gruppo e la perdita di una rigida organizzazione gerarchica condannarono il gruppo al declino per tutto il periodo 2006-2010[4]. Sarà allora l’alto livello di centralizzazione raggiunto da ISIS, dotato di una coerente ed efficiente struttura piramidale in cui la divisione dei ruoli e delle competenze è ben delineata[5], a contribuire a spiegare il successo della sua azione, sia prima che dopo la proclamazione del Califfato.
  3. La modalità di finanziamento. L’elemento del finanziamento risulta essere fondamentale per il suo rapporto con le possibilità d’azione del gruppo e quindi della sua strategia; e rispetto a questo elemento l’attenzione sarà posta sulle modalità attraverso cui Al Qaeda, AQI e ISIS hanno cercato di ottenere le risorse economico-finanziarie necessarie per portare avanti la propria attività terroristica. Una particolare enfasi sarà posta sulla contrapposizione tra la dipendenza di Al Qaeda, in ogni fase della sua storia, da donazioni provenienti dall’estero (sia da individui sia da istituzioni islamico-radicali)[6], e l’indipendenza finanziaria che ISIS, riprendendo quello che AQI sotto la guida di al-Zarqawi aveva cercato di fare, è riuscita a raggiungere[7]. L’elemento dell’autofinanziamento vedremo essere elemento centrale nello spiegare il successo di ISIS: non solo ISIS non dipende dall’esterno per sostenere finanziariamente la propria macchina statale, ma non deve neanche affrontare la questione del trasferimento internazionale di denaro, problema con cui Al Qaeda doveva invece confrontarsi sia nella fase di ricezione delle donazioni sia nella fase di distribuzione dalla base in Afghanistan verso i luoghi degli attacchi, e che, in seguito ai controlli internazionali post-2001, ha fortemente limitato le sue capacità operative e costretto il gruppo a modificare la strategia della seconda fase, fatta di attacchi sofisticati contro hard targets[8]. Rispetto alla dimensione finanziaria, inoltre, sarà sottolineato il rapporto tra costi fissi e costi marginali, che, centrale per Al Qaeda nella prima e seconda fase, è invece venuto meno con AQI e ISIS grazie al loro diverso contesto operativo.
  4. Attrazione ideologica e reclutamento. Rispetto a questa ultima dimensione, l’attenzione sarà posta sulla capacità dei singoli gruppi di attrarre nei propri ranghi aspiranti combattenti e nella propria orbita altri gruppi jihadisti. L’elemento dell’attrazione è particolarmente importante per comprendere posizione e ruolo di ogni gruppo all’interno della galassia jihadista, ma anche la minaccia che può rappresentare all’esterno, in virtù della sua grandezza, della provenienza delle sue reclute e della sua capacità di ispirazione ideologica nei confronti dei cosiddetti lone wolves. Nel tracciare un confronto tra Al Qaeda e ISIS, vedremo essere particolarmente importante la capacità del secondo di utilizzare le moderne tecnologie per radicalizzare e attrarre individui attraverso il messaggio del proprio successo, e il livello di attrazione mai raggiunto prima da nessun gruppo su musulmani occidentali[9]. La capacità di attrazione di ISIS su singoli individui e sulla popolazione locale, come vedremo, è un elemento chiave del suo successo e verrà confrontato con la situazione di Al Qaeda post-2001, dove l’attrazione ideologica è più su gruppi che non su singoli individui che il gruppo stesso radicalizza[10].

Per ripercorrere l’evoluzione del terrorismo jihadista da Al Qaeda a ISIS, si è deciso di procedere a una suddivisione del lavoro in tre capitoli. Il primo capitolo ripercorre la storia di Al Qaeda, dalla fondazione fino ad oggi, dividendola in tre fasi principali che sono state individuate come le tre essenziali tappe dello sviluppo dell’organizzazione: la fase in Sudan (dalla fine degli anni ‘80 al 1996); la fase in Afghanistan (dal 1996 al 2001); la fase della re-localizzazione del gruppo nell’area tra Afghanistan e Pakistan dopo il 2001 e della nascita del fenomeno della Nebula jihadista.

Il secondo capitolo è dedicato al gruppo Al Qaeda in Iraq (AQI), esempio concreto della realtà dei gruppi appartenenti alla Nebula e anello di collegamento tra Al Qaeda e ISIS. Di AQI vengono ripercorse la fase iniziale (2004-2006) sotto la guida del fondatore Abu Musab al-Zarqawi, e la fase di declino successiva alla sua morte (2006-2010).

Il terzo capitolo analizza lo sviluppo di Al Qaeda in Iraq a partire dal 2010, distinguendo tra la fase che va dal 2010 al 2014, in cui il gruppo sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi si rinomina ISIS e perviene alla proclamazione del Califfato; e la fase successiva, incentrata sulla realtà dello Stato Islamico, sul suo funzionamento, la sua amministrazione e il suo mantenimento.

Le quattro dimensioni d’analisi qui proposte saranno utilizzate nel corso del lavoro per ripercorrere la storia e l’evoluzione dei tre gruppi e per individuare gli elementi di continuità e discontinuità tra loro esistenti, nonché le differenze che possono spiegare l’evoluzione che il terrorismo jihadista ha conosciuto.

[1] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pagg. 28-29.

[2] Ibi., pagg. 23-26.

[3] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study No. 1, June 2011.

[4] B. Fishman, Dysfunction and Decline: Lesson Learned from Inside Al Qa’ida in Iraq, Combating Terrorism Center at West Point, March 2009.

[5] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015 December 2014.

[6] Ibi., pagg. 56-59.

[7] A. Macias and J. Bender, “Here’s How the World’s Richest Terrorist Group Makes Millions Every Day”, Business Insider, 27 August 2014.

[8] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pagg. 56-59.

[9] A. Plebani, New (and Old) Patterns of jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pagg. 34, 39.

[10] L. Napoleoni, ISIS. Lo Stato del Terrore, Milano, Feltrinelli, 2014, pag. 18.

 

 

Capitolo I

EVOLUZIONE DI AL QAEDA DALLA FINE DEGLI ANNI ’80 AD OGGI

 

In questo capitolo verrà ripercorso e analizzato lo sviluppo dell’organizzazione creata da Osama bin Laden. Il processo di evoluzione di un’organizzazione che si è da sempre caratterizzata per la sua capacità di adattamento, di cambiamento organizzativo e di ripensamento strategico, è diviso in quelle che sono le tre più significative fasi della sua storia:

– la fase che va dagli anni ’80 al 1996, che è la fase della nascita, avvenuta durante la guerra in Afghanistan, e dei primi passi in Sudan, ancora scarsamente strutturati a livello strategico-operativo;

– la fase che va dal 1996, anno del trasferimento in Afghanistan, fino al 2001, e che si caratterizza per la riorganizzazione del nucleo operativo e un’elaborazione strategica significativamente più strutturata e coerente;

– infine la fase successiva al 2001, in cui si ha la dispersione e frammentazione di Al Qaeda e la conseguente nascita della Nebula jihadista, composta da vari gruppi collegati in modo più o meno stretto con il nucleo originario di Al Qaeda.

In particolare, l’evoluzione di Al Qaeda sarà ripercorsa focalizzando l’attenzione, per ognuna delle tre fasi in cui la storia dell’organizzazione è divisa, su quattro elementi centrali: gli obiettivi e il modus operandi; l’organizzazione interna del gruppo; la capacità di attrazione; la modalità di finanziamento. Vedremo come questi quattro elementi e il loro cambiamento, che è dovuto sia a spinte interne al gruppo stesso sia ad eventi e sfide esterne, contribuisca a definire il ruolo rivestito in ogni periodo da Al Qaeda all’interno della galassia jihadista.

 

  1. Al Qaeda dalla fine degli anni ’80 al 1996

 

La fondazione di Al Qaeda come gruppo votato al jihad, basato su una visione del mondo improntata alla dicotomia fedeli-infedeli, e caratterizzato dall’uso del terrorismo come mezzo principale di azione, è strettamente collegata all’esperienza della guerra in Afghanistan nel decennio 1979-1989. Questa guerra, infatti, combattuta dai mujahideen afghani contro l’occupazione sovietica, attrasse combattenti da tutto il mondo islamico, combattenti devoti alla causa del jihad e a quello che, nella sua espressione più radicale, è percepito come l’obbligo di ogni musulmano di difendere la fede, la cultura e la tradizione islamica attraverso la “guerra santa”, attraverso la distruzione di tutti coloro che rientrano nella categoria di “infedeli”.

Tra gli individui provenienti da ogni angolo del mondo islamico, sui quali la guerra in Afghanistan esercitò la propria forza attrattiva, vi è Osama bin Laden, il quale, in un’intervista rilasciata il 22 marzo 1997 a Robert Fisk, ha indicato “l’oltraggio provato di fronte all’ingiustizia commessa ai danni del popolo afghano” come il motivo che lo spinse a lasciare l’Arabia Saudita e a dirigersi in Pakistan, per prendere parte attiva alla causa dei mujahideen locali.

È in Pakistan che bin Laden instaura significativi contatti all’interno della realtà jihadista ed è qui che nel 1984, insieme a Abdullah Azzam, fonda il gruppo Maktab al-Khidamat, attraverso il quale fondi e armi sono inviati dal mondo arabo ai combattenti afghani[1].

Senza addentrarsi, per motivi di spazio, in quella che è la storia di Maktab al-Khidamat, nel ruolo giocato dall’organizzazione nella guerra in Afghanistan, e nel rapporto tra Azzam e bin Laden, è sufficiente, allo scopo della trattazione, rilevare che nel 1988 circa, il gruppo si divide (a causa di divergenze di opinioni tra i due leader) ed è qui che si colloca la fondazione di Al Qaeda da parte di bin Laden.

Con la fine della guerra in Afghanistan bin Laden, tra il 1989 e il 1990, torna in Arabia Saudita, dove è da molti accolto come eroe, emblema della guerra santa contro gli infedeli. Tuttavia, la permanenza di bin Laden, e quindi del suo gruppo, in Arabia non dura a lungo: con la minaccia di Saddam prima, e lo scoppio della guerra del Golfo poi, emergono dure frizioni tra bin Laden e il governo Saudita. Bin Laden accusa quest’ultimo di eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti e i suoi continui attacchi alla famiglia reale e alla politica estera saudita lo condannano all’ espulsione dal paese.

È nel 1992 che bin Laden, allontanato dai sauditi, si trasferisce in Sudan, dove gode dell’appoggio del governo locale. Con il trasferimento in Sudan, il gruppo creato nel 1988-89 in Pakistan entra nella fase della prima elaborazione operativa e strategica. Non si tratta più di uno dei tanti gruppi jihadisti nati nel contesto della guerra in Afghanistan, legati a quello specifico momento storico e a quello specifico quadro operativo e destinati, al termine della guerra, a scomparire, a fondersi con altri gruppi, o a restare vincolati ad un’azione di portata limitata, all’interno di una prospettiva locale. Dal 1992, Al Qaeda inizia il percorso che la porterà ad emergere, negli anni successivi, come il gruppo emblema del jihad, capace più di ogni altro di esportare la “guerra santa contro Ebrei e Crociati” al di fuori del Medio Oriente, di colpire obiettivi internazionali e dare così visibilità globale alla causa dei mujahideen.

Guardando a quelli che sono gli obiettivi di Al Qaeda in questa prima fase, è già possibile indicarli, insieme ovviamente all’ideologia di matrice jihadista-salafita che è il cuore e l’essenza stessa di Al Qaeda, come l’elemento più stabile e invariato all’interno del complesso processo di evoluzione attraverso cui l’organizzazione è passata nel corso degli anni. Per il gruppo di bin Laden, che era nato sulla base di una percezione del mondo inteso come bi-polarmente diviso in fedeli musulmani e infedeli, gli obiettivi sono sempre stati obiettivi di grande portata. Si tratta, cioè, di obiettivi ambiziosi, non legati a un singolo contesto territoriale, non legati a una lotta localizzata in un’area ben delimitata, e non indirizzati contro un singolo nemico (nonostante gli Stati Uniti siano arrivati ad incarnare nell’ideologia di Al Qaeda il nemico primo, rappresentante dell’intero Occidente apostata).

Gli obiettivi di Al Qaeda nascono sì da un contesto regionale specifico, che è quello afghano alla fine dagli anni’80 e, più in generale, quello islamico-mediorientale dopo il ritorno in Arabia Saudita, ma vanno oltre i confini del Medio Oriente. Sono obiettivi di larga portata che traspongono su scala globale le contingenze della realtà mediorientale; sono obiettivi estremamente ambiziosi e di alto profilo, basati più su una lettura ideologico-religiosa del mondo che non su un’elaborazione di realpolitik.

Al cuore dell’ideologia qaidista, così come identificata e promossa da bin Laden, c’è il collasso dei regimi apostati all’interno del Medio Oriente, come Arabia Saudita, Egitto e Pakistan; la lotta contro l’Occidente in generale, e gli Stati Uniti in particolare, che a questi regimi, incapaci di incarnare la vera essenza della fede e della cultura islamica, danno il loro supporto, consentendo loro di prosperare; il jihad contro gli infedeli e i nemici dell’Islam in tutto il mondo per riaffermare la gloria del passato islamico[2]. Questi obiettivi nascono da un’elaborazione ideologica che inserisce perfettamente Al Qaeda nel movimento jihadista globale, nato dal processo di de-cultura che ha fatto seguito alla fine della Guerra fredda, alla globalizzazione e al conseguente senso di umiliazione diffusosi nel Medio Oriente[3]; ma proprio per la loro portata globale e universale, proprio per il fatto che scaturiscono da un’ideologia universalista che trascende qualsiasi dimensione territoriale, hanno rappresentato un impedimento (peraltro ancora riscontrabile in quello che è il nucleo di Al Qaeda oggi) nell’elaborare concreti e chiari programmi per il futuro[4].

La stretta correlazione che esiste tra obiettivi e modalità d’azione consente, allora, definiti quelli che sono gli obiettivi fissi e pressoché immutati di Al Qaeda, di individuare quali sono i mezzi di cui il gruppo si serve per raggiungerli, a quali strategie si appella per ottenere successo (e vedremo che pur restando gli obiettivi fissi, le modalità di azione invece cambiano nelle diverse fasi, in risposta alle sfide esterne e all’evoluzione stessa del gruppo).

Già durante la prima fase della sua attività, Al Qaeda, puntando a far crollare i regimi apostati del Medio Oriente attraverso l’eliminazione del supporto dato loro dagli Stati Uniti, si è dedicata ad attacchi contro cittadini americani nella regione[5]. Nelle parole di bin Laden lo scopo era quello di “ammucchiare sempre più corpi di cittadini americani sul loro governo ingiusto, fino a spezzare l’arroganza degli Stati Uniti, schiacciare il loro orgoglio e soffocare la loro dignità sotto il fango della sconfitta”[6]

Nonostante la possibilità per il gruppo di operare indisturbato dipendesse principalmente dall’appoggio fornito dal governo sudanese di Omar al-Bashir e dal partito islamista di al-Turabi, gli attacchi di Al Qaeda nella prima fase sono già attacchi ambiziosi[7]. Puntavano infatti a colpire sia strutture emblematiche della legittimità e del potere economico, politico e religioso dei nemici dell’organizzazione, sia semplici individui associati (a volte anche solo dalla cittadinanza e non da altri tipi di rapporto politico-militare) ai regimi nemici.

Il vantaggio di questo secondo tipo di attacco è che gli individui sono bersagli più facili da colpire per quanto riguarda i tempi di progettazione, la sofisticazione tecnologica e di conseguenza le risorse finanziarie richieste. Tra i primissimi attacchi perpetrati da Al Qaeda, che mostrano non solo il tipo di target privilegiato dal gruppo in questa prima fase ma anche la scarsa precisione nell’attuazione dell’atto terroristico stesso, c’è lo scoppio di una bomba in un hotel ad Aden, nello Yemen, che puntava a colpire alcuni soldati statunitensi ma che uccise invece due innocenti turisti australiani. Nel febbraio 1993 si ha il primo attacco diretto al cuore degli Stati Uniti, al World Trade Center. Pur avendo questo attentato un impatto estremamente limitato, rispetto a quelli che saranno gli attacchi successivi, già mostra le ambizioni e i progetti di bin Laden e, soprattutto, la prospettiva globale della strategia di Al Qaeda: il nemico numero, gli Stati Uniti, non devono essere colpiti solo in Medio Oriente ma sul loro stesso territorio, dove più si sentono sicuri e dove più l’attacco è umiliante e doloroso. Un altro obiettivo di grande portata simbolica è l’attacco del giungo 1994 contro il Shia Shrine a Mashhad, in Iran, simbolo della tradizione religiosa sciita del Paese.

Altri attentati, invece, come detto, non sono indirizzati contro simboli del potere, ma contro individui, o meglio “infedeli”: nel 1993, in ottobre, vi è l’imboscata tesa a un comparto dell’esercito USA in Somalia, che ha causato 18 morti tra i soldati americani; e nel 1995, a Riyadh, Al Qaeda è coinvolta nell’esplosione di un camion che provoca 7 morti. In questa prima fase, quindi, nonostante le crescenti difficoltà di azione dal Sudan verso l’esterno, gli attacchi di Al Qaeda, per quanto ancora molto limitati in termini di sofisticazione, hanno un duplice obiettivo: colpire al cuore i nemici dell’Islam attraverso attacchi ai loro simboli, e colpire gli individui infedeli, non musulmani e non sunniti, che quei regimi hanno prodotto; e questo si traduce in attentati sia su larga scala (come quello al Shia Shrine), sia su scala più ridotta (come il camion bomba a Riyadh nel 1995).

La struttura organizzativa che si cela dietro questi attacchi, nella prima fase in Sudan, è una struttura poco elaborata, che manca quella centralizzazione, verticalizzazione e coerenza che diventerà poi la caratteristica principale della seconda fase di vita di Al Qaeda. Fino al 1996, quindi, Al Qaeda manca di una struttura coerente, al punto da essere stata definita “Shell of an organization”[8]; e all’alba del trasferimento in Afghanistan, Al Qaeda era costituita pressoché da una trentina di membri. Questi erano per lo più coloro che avevano contribuito alla fondazione del gruppo alla fine degli anni ’80, o che comunque avevano già collaborato con bin Laden in Afghanistan fin dai tempi del MAK.

Le ragioni di questa debole struttura organizzativa sono da ricollegare, da un lato, alla dipendenza del gruppo dal governo sudanese e alla mancanza di una base sicura e stabile da cui operare all’interno del Sudan, a causa delle pressioni internazionali esercitate sul paese perché adottasse una più forte posizione antiterroristica, dall’altro lato, alla scarsa capacità di attrazione di Al Qaeda in questi primi anni ’90, che spiega come mai il gruppo fino al 1996 fosse per lo più formato da veterani della guerra afghana, mentre le reclute attratte nell’orbita dell’organizzazione dal 1989 al 1996 fossero un numero molto ridotto.

Nonostante, infatti, i continui tentativi di bin Laden di presentare la sua organizzazione come punto di riferimento della causa jihadista, nonostante gli sforzi di attirare combattenti attraverso attentati di significativa visibilità e la presentazione di obiettivi ambiziosi, fino al 1996 Al Qaeda fallì nell’attrarre gruppi jihadisti da poter unificare in una sorta di “Esercito Islamico” unito e coerente, e fallì anche nell’attrarre singole reclute, giovani combattenti che ne sposassero la causa e la strategia.

Gli obiettivi ambiziosi e in un certo senso troppo universalistici di Al Qaeda, il fatto che mancasse di un proprio fronte aperto (come era stata invece la guerra in Afghanistan per i gruppi jihadisti che vi avevano partecipato), e il fatto che il suo programma, come già sottolineato, era ispirato a un’ideologia di portata globale che non aveva prodotto un programma concreto per il futuro, rappresentarono nei primi anni ‘90 un ostacolo alla capacità attrattiva di Al Qaeda. Solo dopo il 1996 il gruppo riuscirà a presentarsi come il “faro” dell’universo jihadista che nei progetti di bin Laden era sempre stato destinato a diventare.

La debolezza strutturale di Al Qaeda in questi primi anni ’90 è peraltro accompagnata da una limitatezza di risorse finanziarie[9]. Tuttavia bisogna sottolineare che, soprattutto per questa prima fase, è da lamentare una scarsezza di prove circa il modo in cui queste risorse erano raccolte. Tra i molti studi condotti sull’argomento, si può fare riferimento a quello di Lawrence Wright che sottolinea come Al Qaeda all’epoca, essendo principalmente sostenuta dal patrimonio personale di bin Laden e dalle imprese da lui controllate in Arabia e in Sudan, non avesse le risorse finanziarie che avrà invece verso la fine degli anni’90. Secondo quanto riportato da Wright, al momento del trasferimento in Sudan la quota di bin Laden nell’impresa di famiglia, la Saudi Binladin Group, ammontava a 27 milioni di riyal sauditi[10], dei quali investì in Sudan un’ingente parte (tanto che Turabi lo aveva soprannominato “il grande investitore islamico”) in case, fattorie e imprese. Fu a Karthum che varò la Wadi El Aqiq, una holding corporation che raggruppava le sue molte società, coinvolte nei settori più diversi che andavano dall’architettura alla conceria, dall’agricoltura ai macchinari, e che ne facevano il principale magnate operante in Sudan (tanto che a Karthum giravano voci esagerate sulla sua ricchezza)[11]. La mancanza, in questo periodo, di rilevanti fonti di finanziamento alternative a quelle personali di bin Laden, è dovuta alla marginalità di Al Qaeda nell’universo jihadista negli anni in Sudan: essendo debole la forza di attrazione nei confronti di gruppi e individui, l’organizzazione non era al centro delle donazioni devolute alla causa jihadista da musulmani in tutto il mondo (donatori in modo più o meno consapevole).

Secondo i lavori del Dipartimento di Stato USA del 2002, tuttavia, già dal 1993 sarebbe da individuare un coinvolgimento di Al Qaeda in traffici illeciti di gemme preziose, che dal Sudan si è poi esteso ad altri paesi africani come il Congo, dove bin Laden avrebbe sfruttato lo scoppio della guerra civile per agire indisturbato, Burkina Faso e Liberia (dove avrebbe goduto della connivenza dell’allora Presidente Taylor).

Ciononostante, si parla per questa prima fase di una certa limitatezza delle risorse finanziarie di Al Qaeda, dovuta alla sua autosufficienza e mancanza di finanziamenti esterni di rilievo; e questi limiti finanziari sono, unitamente alla debolezza strutturale dell’organizzazione, una delle principali ragioni per cui gli attacchi di quegli anni, pur ambiziosi nella loro ideazione, hanno avuto un impatto ridotto a livello esecutivo, soprattutto rispetto a quello che avranno invece gli attacchi della seconda metà degli anni ’90.

 

  1. Al Qaeda dal 1996 al 2001

 

Il 1996 è il primo spartiacque nella storia di Al Qaeda: venuto meno l’appoggio del governo sudanese, a causa della pressione internazionale, il gruppo deve abbandonare il Sudan e trova il proprio safe haven in Afghanistan, allora sotto il controllo dei Talebani del mullah Omar. È qui che Al Qaeda entra nella seconda fase della sua storia. Gli obiettivi del gruppo, come anticipato, rimangono sostanzialmente quelli della prima fase e l’unico elemento che possiamo rilevare è una maggiore enfasi sulla necessità di attaccare il nemico statunitense. Ancor più di quanto non fosse nella prima fase, gli Stati Uniti vengono ad incarnare il nemico centrale, il gigante occidentale e infedele da umiliare e distruggere. È in questo contesto ideologico che si colloca infatti la fatwa lanciata da bin Laden nel 1996, in cui dichiara la devozione del suo gruppo a un jihad che ha per obiettivo la cancellazione delle truppe straniere e degli interessi stranieri nelle terre dell’Islam, e che si presenta di fatto come una dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti e i suoi alleati.

In Afghanistan, bin Laden riesce ad instaurare una collaborazione con il regime dei Talebani che consente al suo gruppo di godere di un appoggio costante da parte del mullah Omar, e ciò crea un quadro favorevole per la creazione di una solida e coerente struttura operativa. Nel nuovo contesto afghano, a differenza di quello sudanese, dove l’appoggio di cui bin Laden godeva era sempre a rischio a causa delle pressioni internazionali, bin Laden riesce a realizzare il suo progetto di dar vita a un’organizzazione centralizzata. Il clima che bin Laden trova in Afghanistan nel 1996, caratterizzato da anarchia, instabilità e odio verso l’Occidente, è infatti una combinazione favorevole allo sviluppo di Al Qaeda come vera e propria organizzazione terroristica (fino a quel momento più che organizzazione in senso stretto possiamo dire che era stata un gruppo).[12]

La struttura centralizzata di Al Qaeda che emerge in questa seconda fase è caratterizzata da quattro livelli:

1- bin Laden;

2-il vice di bin Laden, Abu Ayoub al-Iraqi;

3-il Majlis al-Shura, il comitato consultivo composto da veterani della guerra afghana del 1979-89 che avevano giurato fedeltà (baya’a) a bin Laden già nel 1989;

4-quattro comitati operativi:

-il comitato militare

-il comitato economico e finanziario

-il comitato delle fatwa e degli studi islamici

-il comitato dei media e della pubblicità

Questi quattro livelli costituiscono la leadership dell’organizzazione e dirigono il cosiddetto “hard core”, formato da una dozzina di membri stretti e, in quello che potremmo definire il livello più basso della struttura piramidale di cui Al Qaeda si è dotata, un centinaio di fedeli combattenti, provenienti da tutto il mondo musulmano e votati alla causa del jihad.[13] La nuova struttura, coerente e centralizzata, di cui Al Qaeda si dota nella seconda metà degli anni ’90, va ad incidere inevitabilmente sulla sua strategia operativa e sulle sue capacità di azione. In questa seconda fase, Al Qaeda continua, come aveva fatto nella prima, a condurre attacchi contro i cosiddetti “soft targets” ma ora ad essi, sfruttando le nuove capacità di azione fornite dal rifugio sicuro trovato in Afghanistan, si aggiungono anche attacchi contro gli “hard targets” (come ambasciate e basi militari), che si focalizzano contro gli Stati Uniti per indurli ad abbandonare il Medio Oriente.[14] Questi tipi differenziati di attacchi mostrano le accresciute opzioni che Al Qaeda ha a disposizione nel scegliere i propri obiettivi. Da un lato, infatti, gli attacchi ai soft targets restano un elemento importante della strategia di Al Qaeda, nonché il tipo più frequente di attacco grazie alla loro relativa semplicità preparatoria ed esecutiva e al fatto che richiedono spese finanziarie contenute.

In particolare, dal 1998, osserviamo un incremento nel numero e nella frequenza di attacchi condotti contro questo tipo di obiettivi, allo scopo di creare un elevato numero di vittime con uno sforzo minimo e attrarre così aspiranti jihadisti nei ranghi di Al Qaeda. Come esempio di questo tipo di attacco, possiamo ricordare il camion bomba fatto esplodere nei pressi del complesso delle Khobar Towers in Arabia Saudita, che ha ucciso 19 americani e ferito 400 persone. Un altro esempio dell’importanza data dall’organizzazione ai soft targets è rappresentato dal tentativo sventato di attaccare l’ambasciata statunitense in Albania: in base ai documenti ritrovati, è emerso che Al Qaeda aveva selezionato oltre all’ambasciata altri obiettivi minori, come un complesso di case abitate da americani, da attaccare nel caso in cui l’attentato principale dovesse fallire.[15]

Dall’altro lato, la seconda metà degli anni ’90 si caratterizza per la nuova capacità sviluppata da Al Qaeda di colpire hard targets. Gli episodi che più danno visibilità al gruppo di bin Laden, e che ne mostrano il nuovo pericoloso potenziale, sono gli attentati nell’agosto 1998 alle ambasciate statunitensi in Kenya (dove vennero uccise più di 240 persone) e in Tanzania, e l’attentato contro la nave americana USS Cole, colpita da una bomba fatta detonare su una nave occupata da attentatori qaidisti nel porto di Aden (Yemen), durante il quale morirono 19 marinai americani e molti altri vennero feriti.

Come ben noto però, l’apice della capacità operativa di Al Qaeda è raggiunto con gli attacchi dell’11 settembre, indirizzati sia contro hard targets che soft targets, e che rappresentano il più alto livello di sofisticazione raggiunto dall’organizzazione: con questo tipi di attacco Al Qaeda passa dalle auto bomba e dagli ordigni fatti esplodere su navi, al dirottamento di aerei di linea, e si colloca così in termini di sofisticazione e capacità operativa su un livello superiore, mai raggiunto fino ad allora da nessun gruppo terroristico. L’11 settembre, inoltre, pone luce su un aspetto nuovo del modus operandi di Al Qaeda: l’importanza data all’impatto economico che l’attacco ha sul nemico. Nell’ottobre 2003 infatti, bin Laden, in un audio messaggio trasmesso tramite Al Jazheera, ha annunciato che l’attacco, costato ad Al Qaeda circa 500 mila dollari, era costato invece all’economia statunitense più di mille miliardi di dollari, causando inoltre un deficit di bilancio che aveva raggiunto i 450 miliardi di dollari.[16]  Chiaramente, sono queste cifre che vanno ridimensionate, trattandosi di stime spropositate presentate da bin Laden a scopi propagandistici, ma è ad ogni modo da sottolineare che gli attacchi dell’11 settembre, per quanto in misura inferiore rispetto a quanto trasmesso da bin Laden, hanno effettivamente avuto un impatto devastante sulle imprese di New York, sul turismo e sull’industria aerea americana.[17] Dall’11 settembre in poi, l’importanza data all’aspetto economico diventerà un elemento centrale della strategia di Al Qaeda, che all’aspetto meramente ideologico della prima fase ne aggiunge ora uno pragmatico: non solo colpire il nemico per delegittimarne l’ideologia, per umiliarlo e infine distruggerlo, ma anche per sottoporlo a dure ripercussioni economiche e politiche.[18]

Nella seconda metà degli anni ’90, quindi, l’organizzazione di bin Laden si caratterizza per il ricorso a due tipi di attacchi, contro hard targets e contro soft targets, che hanno due obiettivi principali: distruggere i simboli del potere e dell’influenza degli Stati Uniti all’estero (e con l’11 settembre anche all’interno del loro stesso territorio) e accrescere l’immagine di Al Qaeda all’interno dell’universo jihadista. Relativamente a come questi attacchi sono pianificati e attuati, è possibile osservare in questa seconda fase una chiara modalità di progettazione ed esecuzione. Gli attacchi compiuti da Al Qaeda dal 1996 al 2001 sono attacchi (specialmente quelli contro gli hard targets) meticolosi, che richiedevano anni per essere portati a esecuzione. Proprio per il lungo periodo necessario alla loro attuazione, nella maggior parte dei casi venivano preparati più attacchi alla volta, così da assicurare che in caso in cui un attacco fosse stato sventato sarebbe stato possibile cambiare obiettivo senza vanificare l’intero lavoro di progettazione.

Gli attacchi della seconda fase erano pianificati da un gruppo ristretto di leader dell’organizzazione in Afghanistan; le reclute erano selezionate tra i più fedeli combattenti e membri di Al Qaeda, allenate e preparate, sul piano operativo, fisico e psicologico per la specifica operazione a cui erano destinate, ed erano aiutate durante l’intero processo. Questo, spesso, richiedeva il trasferimento in paesi stranieri, dove le reclute dovevano vivere per alcuni anni, integrarsi il più possibile nella società ospitante, trovare un lavoro, condurre vite normali in modo da non destare sospetti e non incontrare ostacoli nel prepararsi all’azione finale. La fase successiva a quella della stabilizzazione nel paese obiettivo, che poteva durare fino a due anni, era quella della pianificazione vera e propria, condotta sulla base di una costante sorveglianza del target finale per assicurare successo all’operazione.

In base alle investigazioni ufficiali, per esempio, è emerso che tra la progettazione degli attacchi contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania e la loro esecuzione trascorsero cinque anni, durante i quali bin Laden incaricò alcuni tra i più fedeli di sorvegliare le ambasciate e inviare le informazioni alla leadership in Afghanistan. L’attacco dell’11 settembre, invece, richiese solo due anni di preparazione perché era basato su un precedente piano che poi era fallito. Nonostante abbia richiesto meno tempo rispetto agli attacchi alle ambasciate in Africa e alla nave USS Cole, il modus operandi seguito non cambia: il piano fu discusso per la prima volta nel 1999 da una delle maggiori figure operative all’interno di Al Qaeda, Khaled Sheikh Mohammad, con bin Laden e Mohammad Atef, la guida operativa dell’organizzazione. Furono poi selezionati i dirottatori che ricevettero addestramento speciale in Afghanistan e in seguito due di loro, nel 2000, si trasferirono negli Stati Uniti, dove condussero vite normali mentre si addestrarono per gli attacchi finali.[19]

Grazie a questi attacchi spettacolari della seconda fase, dotati di una visibilità internazionale che fino a quel momento pochi avevano ottenuto, Al Qaeda vide accrescere significativamente la propria immagine all’interno del mondo jihadista e poté arrivare a presentarsi come gruppo di riferimento per tutti gli aspiranti combattenti.

Per quanto riguarda la capacità di attrazione di gruppi jihadisti, il risultato sicuramente più significativo di questa seconda fase è la baya’a (il giuramento di fedeltà) prestato a bin Laden da Ayman al-Zawahiri, che ha così di fatto fuso il proprio gruppo, Egyptian Islamic Jihad, con Al Qaeda. Questa decisione è stata presumibilmente presa da al-Zarahiwi per motivi economici, essendo in quel momento il suo gruppo privo di rilevanti risorse finanziarie e condannato al declino[20]. Per quanto riguarda, invece, la capacità di attrazione sui singoli, questa ha visto un significativo aumento dal 1996, grazie anche alla creazione in Afghanistan di basi di addestramento militare per jihadisti, che attirarono combattenti da tutto il mondo islamico, ma anche da paesi occidentali (per quanto in questa seconda fase si tratti di un fenomeno che ha ancora misura ancora ridotta, e che emergerà in modo più evidente e pericoloso dopo l’11 settembre). La forza di attrazione del gruppo di bin Laden su individui fedeli a una visione radicale dell’Islam, è ben espressa da un singolo dato: in cinque anni (1996-2001), dai campi di addestramento in Afghanistan gestiti da Al Qaeda, sarebbero usciti secondo le stime 70,000 combattenti.[21]

I mezzi di cui Al Qaeda si serve in questa fase per attrarre combattenti e ampliare il proprio profilo sono principalmente le fatwa, lanciate da bin Laden e al-Zawahiri; le interviste condotte tra il 1997 e il 2001 con giornalisti del mondo arabo e non solo; e soprattutto gli attacchi stessi, che mostrano alle potenziali reclute il successo del gruppo di bin Laden, e rafforzano così la loro percezione che si tratti di una “lotta giusta contro gli infedeli” premiata dal successo.[22]

La fase di vita di Al Qaeda in Afghanistan non si differenzia dalla prima solo per un’accresciuta capacità d’azione, una più coesa e coerente organizzazione e una significativa forza d’attrazione, ma anche per nuove modalità di finanziamento.

Nonostante la fine della ricchezza personale di bin Laden a causa di investimenti avventati e improduttivi in Sudan[23], Al Qaeda vede ora accresciuto il proprio ruolo all’interno dell’universo jihadista. Questo la rende destinataria di numerose donazioni da musulmani benestanti di tutto il mondo e da organizzazioni islamiche con scopi di beneficenza, che spesso sono le principali destinatarie della zakat, tassa annuale per i bisognosi prevista dal sistema sociale coranico. Numerose indagini, infatti, sembrano indicare che prima dell’11 settembre vi fossero in tutto il mondo istituti finanziari che trasferivano i soldi di Al Qaeda, e trattandosi per lo più di piccole somme, inviate ad esempio a “studenti” residenti in paesi stranieri, erano difficilmente rintracciabili e suscitavano pochi sospetti. La capacità di trasferire in incognito somme di denaro in tutto il mondo, che il nucleo di Al Qaeda in Afghanistan sviluppa durante questa seconda fase, è uno dei punti di forza che rendono possibili attacchi della portata dell’11 settembre, che, come vedremo, ora sarebbero impossibili non solo per le difficoltà emerse a livello di attuazione ma anche per il finanziamento stesso.[24]

Un altro aspetto da considerare nel guardare alla situazione finanziaria di Al Qaeda e al rapporto tra finanze e attentati dal 1996 al 2001, è legato al rapporto tra costi fissi e costi marginali. Per mantenere il proprio safe haven in Afghanistan, Al Qaeda doveva sostenere considerevoli costi fissi, dati dalla somma che ogni danno doveva versare ai Talebani in cambio della loro protezione.[25] Questi costi fissi consentivano a bin Laden di agire indisturbato dall’Afghanistan e concentrare i propri sforzi per far crescere l’organizzazione e pianificare attacchi di grande portata. I costi sostenuti per condurre gli attacchi sono invece costi marginali. Nella seconda fase si è trattato di costi pressoché contenuti[26], proprio grazie alle possibilità offerte dal safe haven afghano ottenuto con il versamento di costi fissi ai Talebani, senza il quale gli attacchi sarebbero risultati molto più costosi.

La base in Afghanistan ha quindi comportato dei costi fissi per bin Laden ma ha ridotto la necessità di copertura; ha reso l’organizzazione più coesa, la pianificazione degli attacchi più centralizzata e semplice, l’addestramento delle reclute continuo, il costo degli attacchi inferiore; e ha di conseguenza reso possibile gli attacchi contro gli hard targets che hanno caratterizzato la seconda fase.

 

  1. Al Qaeda dal 2001 ad oggi

 

L’11 settembre è il secondo spartiacque della complessa storia di Al Qaeda: rappresenta sia il massimo livello di sofisticazione e di capacità di proiezione internazionale raggiunto dall’organizzazione, sia il punto a partire dal quale Al Qaeda vive un radicale mutamento, in seguito alla reazione americana, nella capacità di azione e nella coesione organizzativa proprie della seconda fase.

Con l’intervento americano in Afghanistan, attraverso Operation Enduring Freedom (OEF), il regime dei Talebani è sconfitto e allontanato dal potere. Questo, per Al Qaeda, significa perdere il proprio rifugio sicuro nel paese, la base operativa da cui per cinque anni aveva lanciato i suoi attacchi di maggiore successo e visibilità; e l’intervento militare americano, che colpisce il cuore della leadership di Al Qaeda e le sue basi nel paese, porta a una dispersione del gruppo e a una conseguente perdita della sua coerenza organizzativa. Con il crollo del regime talebano in Afghanistan e la distruzione di parte della propria leadership e delle proprie basi di addestramento, Al Qaeda entra nella terza fase della sua vita, che sarebbe però un errore leggere come un declino del gruppo di bin Laden, e che, al contrario, mostra la caratteristica più peculiare e pericolosa di Al Qaeda: la sua capacità di adattamento al cambiamento delle circostanze.[27] Distrutto il rifugio in Afghanistan, quella con cui ci confrontiamo non è un’organizzazione in declino, ma un’organizzazione che rivela il suo polimorfismo e che si re-organizza per sopravvivere. Crolla la struttura centralizzata e piramidale della seconda fase ma non crolla Al Qaeda, che continua a vivere e prosperare attraverso la nascita di un fenomeno nuovo: la Nebula jihadista.

Mentre dal 1996 al 2001, grazie alla stabilità fornita dall’Afghanistan dei Talebani, Al Qaeda aveva avuto una struttura coesa, divisa in chiari livelli di organizzazione, dopo il 2001, con la reazione militare degli Stati Uniti e il collasso della stabilità fornita a bin Laden dal mullah Omar, si ha una dispersione del gruppo che porta alla nascita di un movimento globale jihadista che trova in Al Qaeda il proprio riferimento, ma dove abbiamo tre livelli:

– il nucleo di Al Qaeda, inteso come formato dalla leadership che dall’Afghanistan aveva pianificato gli attentati degli anni 1996-2001;

– pochi gruppi strettamente collegati ad Al Qaeda, che guardano almeno in certa misura al nucleo originario di Al Qaeda nella conduzione delle proprie operazioni;

– molti gruppi più blandamente collegati ad Al Qaeda, che agiscono per lo più in modo indipendente, pur all’interno di quella che è la visione del mondo di Al Qaeda intesa come presentata nella fatwa del 1996.[28]

È pertanto da sottolineare come la più forte connessione esistente tra Al Qaeda e gli altri gruppi dell’universo jihadista, in questa terza fase, sia quella ideologica, basata su una visione del mondo dominata dal jihad contro gli infedeli; mentre ciò che meno collega il nucleo di Al Qaeda con gli altri gruppi jihadisti sono l’organizzazione e la sfera operativa.

Il collegamento operativo, infatti, difficilmente è totale, caratterizzandosi per lo più come approvazione che il nucleo dà ai progetti elaborati dai vari gruppi, e, in ogni caso, riguarda un numero ristretto di attori come Egyptian Islamic Jihad, Salafist Group for Preaching and Combat e Harakat-ul-Mujahideen (attivo nel Kashmir), che agiscono come vere e proprie branche locali di Al Qaeda.

Questa forza ideologica, che il nucleo esercita sulla moltitudine di gruppi che compongono quello che è stato definito il movimento jihadista globale, è stata ben espressa nell’articolo dell’Economist, Plots, Alarms and Arrests del 14 agosto 2004, in cui Al Qaeda è definita non più solo un’organizzazione di estremisti islamici ma un’ideologia di estremismo islamico.

Non si ha più, allora, in questa terza fase, una leadership (che abbiamo visto nella seconda fase essere a sua volta organizzata in più livelli) che da una base localizzata in un’area specifica, in cui il gruppo gode di libertà di azione, progetta e organizza ogni fase del lungo sviluppo operativo degli attentati condotti sotto la propria guida.

La terza fase si caratterizza per un nuovo contesto esterno che porta a una situazione in cui la leadership si trova per lo più a svolgere una funzione di ispirazione e reclutamento ideologico, ma in cui ogni gruppo pianifica e conduce i propri attacchi in modo indipendente, senza che ci sia più una progettazione che dal vertice della piramide è trasferita alla base.

Questa nuova struttura ha modificato inevitabilmente la tipologia di attacchi. Nel nuovo contesto, in cui manca una base sicura da cui agire e manca una struttura coesa e coerente, sono diventati più difficili gli attacchi contro gli hard targets tipici della seconda metà degli anni ’90, e sono invece aumentati gli attacchi contro soft targets[29] : più rapidi da pianificare e attuare, non richiedono il ciclo operativo che durava anni richiesto invece da attacchi contro ambasciate e basi militari, dove la sorveglianza e la perfetta conoscenza dell’obiettivo erano elementi indispensabili per il successo; non richiedono, come quelli contro gli hard targets, l’inserimento di reclute nello stato straniero e la loro integrazione fittizia nell’ambiente che si vuole colpire; meno facili da rintracciare per le operazioni di anti-terrorismo, proprio perché si tratta di attacchi immediati che colpiscono obiettivi difficilmente prevedibili; più facilmente finanziabili, essendo per la gran parte condotti attraverso auto bomba o atti suicidi con ordigni spesso preparati in abitazioni private e non caratterizzati da alti gradi di sofisticazione tecnologica.

Da pochi grandi attacchi contro hard targets, che producevano un numero di vittime in media estremamente elevato, Al Qaeda è passata a numerosi e più frequenti attacchi contro soft targets, che meglio si adattano alle nuove caratteristiche dell’organizzazione. Esempi più celebri di questo tipo di attacchi sono quello del 2002 a Bali, in due nightclub, condotti dal gruppo affiliato ad Al Qaeda Jemaah Islamiyah; quello in Tunisia, contro una sinagoga, e, in Occidente, gli attentati alla stazione Atocha di Madrid nel 2004 e quello alla metropolitana di Londra del 2005. Gli attacchi post-2001 sono nella maggior parte dei casi condotti in modo più o meno autonomo dalle branche locali di Al Qaeda, che agiscono in modo cellulare, e sono attacchi di portata locale, che spesso puntano, più che ad attentati di grande visibilità contro gli infedeli, a rovesciare i governi locali e instaurare governi islamici[30].

Ciò peraltro, mostra come in questa terza fase agli obiettivi ideologici universalistici di Al Qaeda si aggiunga ora, da parte dei vari gruppi della Nebula jihadista, una consapevolezza della necessità di perseguire obiettivi più ridimensionati, concreti, pragmatici e localizzati, senza tuttavia abbandonare la più ampia visione ideologica esplicitata da Al Qaeda con la fatwa del 1996. Questa tattica decentralizzata è stata utilizzata da Al Qaeda come nuovo punto di forza, dal momento che rintracciare operazioni terroristiche indipendenti e locali, condotte da gruppi diversi e spesso indipendenti tra loro, rende il contro-terrorismo più difficile: spesso le reclute, addestrate ora per lo più in abitazioni private nelle aree urbane (non solo del Medio Oriente ma anche di grandi città europee come Londra e Parigi), sono raggruppate per condurre un determinato attacco e poi immediatamente disperse, il che rende il loro rintracciamento significativamente più complesso.[31] La tipologia di attacco privilegiata da Al Qaeda nella terza fase della sua evoluzione è strettamente collegata non solo all’impatto che il crollo del safe haven in Afghanistan ha avuto sulla sua struttura organizzativa, ma anche all’impatto che ha avuto sull’aspetto finanziario.

In seguito a OEF, infatti, gli equilibri finanziari interni ad Al Qaeda e le modalità del finanziamento del gruppo hanno dovuto affrontare un adattamento alla nuova situazione, che si è tradotto in un rafforzamento di risorse finanziarie e metodi di transazione già esistenti e nello sviluppo di nuovi. Relativamente alle risorse di finanziamento, sempre più centrale è l’uso di Internet per raccogliere fondi. Il crescente ostacolo rappresentato dagli organismi anti-terrorismo in tutto il mondo ha spinto Al Qaeda a ridurre il numero di siti sotto il proprio diretto e dichiarato controllo, attraverso i quali raccogliere donazioni, e creare sempre più “organizzazioni di beneficienza”[32] che funzionano come coperture in alcuni casi, quando i donatori sono consapevoli di chi si cela dietro il sito, e come vere e proprie truffe in altri, quando i fondi sono richiesti per cause sociali e sono poi invece indirizzati alla causa del jihad. La situazione post-2001, inoltre, ha reso Al Qaeda sempre più cauta nel proprio coinvolgimento in attività finanziarie e migliorato la capacità del gruppo, attraverso hackers jihadisti, di agire in incognito e ridurre la propria rintracciabilità[33]. Un altro aspetto di questa terza fase è che Al Qaeda cerca di appellarsi più che a grandi donatori, come organizzazioni islamico-radicali (che pure negli ultimi anni, dopo essere state costrette alla chiusura in seguito al 2001, stanno riaprendo le proprie sedi in paesi come il Pakistan[34]), a piccoli donatori tra i musulmani di tutto il mondo, che trasferiscono all’organizzazione cifre di denaro modeste, sottoposte a meno controlli.

Relativamente alle modalità di trasferimento del denaro raccolto, invece che appellarsi come in passato a istituti finanziari internazionali, ora dipende sempre di più dal sistema informale della hawala e dall’utilizzo di veri e propri corrieri che trasferiscono denaro e altri beni da un paese all’altro.[35] Il sistema della hawala, che è utilizzato soprattutto in Medio Oriente e Sud-Est asiatico non solo da gruppi terroristici ma anche da normali lavoratori con nessun coinvolgimento in attività criminali, è un sistema di trasferimento di denaro antichissimo, nato per facilitare gli scambi tra l’Occidente e l’Estremo Oriente all’epoca della Via della Seta. È un sistema estremamente semplice che si basa sulla fiducia reciproca, in cui il trasferimento di denaro da un individuo all’altro si basa sulla collaborazione da parte di intermediari che detengono poi non più del 2% del valore della transazione. Il motivo per cui gruppi terroristici ricorrono alla hawala è che ha dei costi contenuti e soprattutto non è documentata, e le identità di ricevente e mittente restano ignote, basandosi lo scambio su un semplice sistema di password condivise, per identificare a chi i soldi debbano essere consegnati. Questo sistema è diffuso al punto che, in base alle stime della Banca Mondiale, nel 2000 il 50% dei trasferimenti privati avveniva tramite la hawala, e quindi al di fuori dei tradizionali circuiti bancari.

Per quanto riguarda, invece, il coinvolgimento di Al Qaeda in attività criminali è estremamente difficile avere una conoscenza certa della portata del fenomeno: esistono solo poche prove che collegano Al Qaeda al traffico di oppiacei in Afghanistan, mentre il coinvolgimento di Al Qaeda in altre attività criminali e in altre aree del mondo, come il Golden Triangle o il Sud America, non restano che supposizioni.[36]

Meno dubbio, invece, il coinvolgimento di Al Qaeda, fin dagli anni in Sudan, nel traffico di minerali preziosi, soprattutto diamanti, nell’ intera area dell’Africa Occidentale. La Commissione Europea, in un documento dell’aprile 2003, ha ricollegato all’attività di Al Qaeda il 2-4% del totale mondiale di produzione dei cosiddetti “bloody diamonds”. Anche i lavori condotti dal Governo belga, dalla Corte Speciale per il Sierra Leone, dal Washington Post (in particolare il lavoro di Douglas Farah), e dalla ONG Global Witness, hanno evidenziato un coinvolgimento di Al Qaeda nel mercato illegale dei diamanti, che sono usati dal gruppo come mezzo di pagamento, per riciclare denaro ottenuto illecitamente, e dotarsi di un bene dal valore stabile e facilmente trasferibile.

Ad ogni modo, nonostante la capacità che Al Qaeda ha mostrato di diversificare fonti finanziarie e metodi di trasferimento di denaro per adattarsi alle nuove circostanze, è diventato sempre più difficile per il nucleo dell’organizzazione trasferire grandi somme di denaro da un paese a un altro. Questo ha reso necessario, per i singoli gruppi della Nebula jihadista, raggiungere un certo grado di indipendenza finanziaria, ossia generare internamente, in modo autonomo, le risorse attraverso cui finanziare la propria attività; e tale situazione ha inevitabilmente contribuito a rendere questi gruppi più indipendenti, sia tra loro e sia dal nucleo, nella pianificazione e conduzione dei propri attacchi, e li ha spinti a focalizzarsi su attacchi di dimensioni ridotte e su azioni locali, caratterizzate da maggiore fattibilità.[37]

Riprendendo, poi, la distinzione tra costi marginali e costi fissi presentata per la seconda fase, il collegamento tra nuova situazione finanziaria e attacchi prevalentemente indirizzati contro soft targets, si spiega anche con il fatto che, venuti meno i costi fissi che il mantenimento del safe haven in Afghanistan comportava, sono però aumentati significativamente i costi marginali di ogni singolo attacco e i costi dell’addestramento delle reclute.[38]

Elemento importante, poi, è il fatto che, nonostante questi attacchi siano condotti da gruppi ispirati da Al Qaeda ma non direttamente istruiti sul piano operativo dal nucleo guidato da bin Laden e al-Zawhiri, Al Qaeda mantiene con questi gruppi e le loro azioni un’associazione diretta che rafforza il suo ruolo di pilastro nell’universo jihadista e la sua capacità di attrazione. Tra i più recenti esempi del collegamento sussistente tra attacchi pianificati localmente e condotti in modo indipendente da singoli individui, e il marchio del nucleo di Al Qaeda, si può pensare all’attacco a Parigi il 7 gennaio 2015, rivendicato dal gruppo AQAP (Al Qaeda nella Penisola Araba), durante il quale sono stati uccisi 11 membri del personale della rivista Charlie Hebdo, per le loro vignette satiriche raffiguranti Maometto.

Il 2001 ha rappresentato l’anno di affermazione indiscussa di Al Qaeda, a livello internazionale, come leader del movimento jihadista globale. Dal 2001, infatti, gli aspiranti jihadisti che vogliono imbracciare le armi contro gli infedeli guardano per lo più ad Al Qaeda e aspirano ad entrare nei suoi ranghi (sebbene, come vedremo nel terzo capitolo, questo reclutamento sia ora minacciato dall’ascesa di ISIS).

Il dato più interessante, che emerge già alla fine della seconda fase, ma che si afferma pienamente in questa terza, è la capacità di Al Qaeda di reclutare non solo individui appartenenti alla realtà islamica, ma anche occidentali, soprattutto europei appartenenti a famiglie di immigrati musulmani, ma anche neo-convertiti all’Islam.

Senza approfondire il pur interessante aspetto psicologico riguardante il processo di radicalizzazione di giovani individui cresciuti, quando non addirittura nati, in società liberali, aperte e democratiche, basti rilevare il significativo aumento del numero di reclute provenienti dall’Occidente dopo l’11 settembre.[39] La capacità di Al Qaeda di reclutare individui provenienti dal mondo occidentale, è un punto di forza da non sottovalutare, dal momento che si tratta di individui che mantengono i passaporti del paese d’origine e che godono in quei paesi (e in molti altri, nel caso di reclute europee) di una grande libertà di movimento.

Il reclutamento di Al Qaeda dopo l’11 settembre, pur non abbandonando strumenti classici come audio messaggi, circolazione di CD, DVD e periodici, si basa in modo sempre maggiore sull’uso di Internet (che consente un minor grado di rintracciabilità se utilizzato da esperti del settore informatico) e in particolare la creazione di siti e forum appositi per la radicalizzazione e il reclutamento di giovani musulmani in tutto il mondo. Importante è poi la pubblicazione di materiali che in un certo senso cercano di sopperire al ruolo formativo che avevano le basi di addestramento in Afghanistan, dando, attraverso riviste, libri e video espressamente dedicati all’argomento, indicazioni tecniche a chi volesse dedicarsi ad attività di terrorismo in nome del jihad promosso da Al Qaeda. Un esempio di questo genere è la Encyclopedia of the Afghan Jihad.[40]

Si tratta quindi di un’ampia gamma, altamente diversificata nel livello tecnologico e nel raggio di diffusione, di strumenti di cui Al Qaeda dispone per diffondere la propria ideologia e attrarre nuovi combattenti e fedeli, e che mostra come Al Qaeda abbia saputo mostrarsi in grado di adattarsi sia alle nuove circostanze (ad esempio i maggiori controlli di sicurezza condotti su Internet da servizi di intelligence in tutto il mondo) sia ai tempi (sfruttando le nuove possibilità offerte da una tecnologia sempre più sofisticata).

 

Osservazioni Conclusive

 

Ripercorrere la storia di Al Qaeda nelle tre fasi principali della sua evoluzione, evidenzia come si tratti di un’organizzazione estremamente duttile, capace di adattarsi ai cambiamenti di scenario, sia regionale che internazionale, e alle sfide provenienti dall’esterno (come Operation Enduring Freedom nel 2001) per continuare a sopravvivere e garantire così la sopravvivenza della causa jihadista.

Nata dal contesto della guerra in Afghanistan, Al Qaeda ha adottato un’agenda universale che le ha consentito di estendere la sua azione al di là di quello specifico scenario operativo. Questo approccio ideologico, non vincolato in modo esclusivo a nessuna realtà statale, le ha consentito di arrivare ad affermarsi come perno del movimento jihadista globale, cosa che, se avesse abbracciato un’ideologia territorialmente limitata e circoscritta, non avrebbe potuto fare. I primi anni di vita di Al Qaeda vedono un’organizzazione di dimensioni ridotte che cerca di imporsi a livello internazionale, di attrarre gruppi e combattenti attraverso attacchi ambiziosi ma ancora limitati.

Solo negli anni 1996-2001 Al Qaeda ottiene quella visibilità internazionale che rende vantaggioso per altri gruppi jihadisti associarsi ad essa. In questa seconda fase le capacità finanziarie di Al Qaeda sono aumentate grazie a crescenti donazioni e grazie alla creazione di una base sicura in Afghanistan dalla quale gestire il trasferimento di denaro attraverso sistemi come quello della hawala.  Le nuove capacità di Al Qaeda, in termini di azione, raggiungono l’apice l’11 settembre 2001, e da questo momento, in seguito all’invasione americana dell’Afghanistan, si apre la terza e attuale fase di vita dell’organizzazione. La sua principale caratteristica è la perdita del rifugio in Afghanistan. La conseguenza di questa perdita di centralizzazione è la nascita della Nebula jihadista, che è un insieme di gruppi indipendenti tra loro e che hanno con Al Qaeda, inteso come nucleo originario composto da bin Laden, al-Zawahiri e altri leader, un collegamento ideologico ma non operativo né finanziario. Rilevante in questa terza fase, poi, è che gli attacchi progettati in modo indipendente dai gruppi tendono a portare il marchio di Al Qaeda, che in questo modo mantiene una grande forza d’attrazione.

Le trasformazioni che Al Qaeda, soprattutto a livello operativo e organizzativo, ha conosciuto nel trentennio della sua esistenza, mostrano così la pericolosità di un gruppo che fino ad oggi ha sempre saputo ripensarsi per non soccombere agli eventi, e che non ci sono motivi per credere cesserà di farlo negli anni a venire.

 

[1] L. Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pagg. 133,134

[2] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pagg. 13, 24.

[3] Alex P. Schmid, The Routledge Handbook of Terrorism Research, Abindgon, UK, Routledge, 2011, appendice 4.1.

[4] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 12

[5] Ibi., pag. 23-26.

[6] Muhammad Salah, World Islamic Front’ threatens new operations against Americans, Al-Hayah, 19 agosto 1998.

[7] L. Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pag. 223

[8] Leah Farral, “How Al Qaeda works”, Foreign Affairs, issue March/April 2011

[9] A questo rispetto è spesso riportato un aneddoto secondo cui Ramzi Yusef, responsabile dell’attentato del 1993 al WTC, dopo la sua cattura in Pakistan da parte degli uomini della SWAT avrebbe detto loro che se avessero avuto più soldi il WTC non sarebbe stato ancora in piedi in quel momento

[10] L. Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pag. 184

[11] Ibi., pagg. 207-211

[12] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 28.

[13]Ibi., pagg. 28-29.

[14] Ibi., pagg. 23-26.

[15] Ibi., pag. 37.

[16] Ibi., pag.25.

[17] Ibi.,, pag. 39.

[18] Per l’aspetto delle conseguenze politiche è spesso citato l’attacco a Madrid del 2004 che, avvenuto all’alba delle elezioni spagnole, ha inevitabilmente contribuito all’allontanamento del governo conservatore che aveva voluto l’intervento in Iraq.

[19] Ibi., pag. 64.

[20] L. Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pagg. 229-231

[21] A. Rabasa, Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 61.

[22] Ibi., pag. 15.

[23] L. Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pagg. 244, 245, 275

[24] A. Rabasa, Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica, (CA), RAND, 2006 pagg. 56-59.

[25] La 9/11 Commission ha indicato questa cifra approssimativamente in 20 milioni di dollari all’anno.

[26] Si parla di 50,000 dollari per l’attacco al Uss Cole e, come anticipato, di 500,000 per l’attacco dell’11 settembre.

[27] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 31.

[28]Ibidem.

[29] Ibi., pag. 38.

[30] Ibi., pagg.73-74.

[31] Ibi., pag. 40.

[32]Ibi., pag. 57.

[33] Josh Lefkowitz, Lorenzo Vidino, “Joining Al Qaeda”, The Wall Street Journal, 29 agosto 2003.

[34] Roth, John, Douglas Greenburg, and Serena Wille, Monograph on Terrorist Financing, Staff Report to the National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, Washington, US Government Printing Office, 2004, pagg. 119-120

[35] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 59.

[36]Ibi., pag. 59,

[37] Ibi., pag.60.

[38] Ibi., pag. 62.

[39] Ibi., pag. 52.

[40] Ibi., pagg.15-16.

 

 

Capitolo II

NASCITA E SVILUPPO DI AL QAEDA IN IRAQ

 

In questo capitolo l’oggetto di analisi è la branca di Al Qaeda nota con il nome di Al Qaeda in Iraq (AQI). Nel contesto di questo lavoro, ripercorrerne lo sviluppo e l’evoluzione è di primaria importanza: AQI è non solo elemento fondamentale per comprendere quella che è la terza fase della storia di Al Qaeda e il fenomeno della Nebula jihadista, ma anche tassello essenziale per comprendere lo sviluppo che il terrorismo islamico di matrice jihadista ha conosciuto nell’ultimo decennio.

Mantenendo come dimensioni di analisi quelle utilizzate nel primo capitolo per ripercorrere la storia e l’evoluzione di Al Qaeda – ossia obiettivi e modus operandi, organizzazione interna del gruppo, capacità di attrazione, e modalità di finanziamento – verrà ripercorsa quella che è stata l’esperienza di Al Qaeda in Iraq dividendone la storia in due fasi principali:

– la fase che va dal 2004 al 2006, caratterizzata dalla leadership del giordano Abu Musab al-Zarqawi e dall’affermazione del gruppo nello scenario iracheno;

– la fase che si estende dalla morte di al-Zarqawi fino all’avvento del nuovo leader al-Baghdadi, che è fase di declino e di difficoltà operativa.

Vedremo, in particolare, che il passaggio da una fase all’altra non è tanto il risultato di pressioni e sfide esterne o di slanci interni inseribili nel solco di determinate aspirazioni, come era stato invece il caso di Al Qaeda. In questo caso, il passaggio dalla prima alla seconda fase è dovuto per lo più a un cambiamento di leadership interna al gruppo, in seguito alla morte del leader originario; e vedremo come sono stati i cambiamenti di leadership iniziati dal 2006 ad aver avuto conseguenze decisive sull’organizzazione interna del gruppo e sulla sua modalità di azione nello scenario iracheno.

Ripercorrere l’evoluzione del gruppo, la sua attività in Iraq e le sue differenze con Al Qaeda rispetto alle quattro dimensioni di analisi proposte, è essenziale per comprendere gli elementi che hanno portato all’affermazione di un nuovo pericoloso attore dell’universo jihadista – tema del terzo capitolo – non riconducibile entro i confini della Nebula.

 

  1. Al Qaeda in Iraq sotto la leadership di al-Zarqawi

 

Per comprendere come il gruppo di al-Zarqawi è nato e si è sviluppato e qual è il collegamento esistente tra esso e il nucleo di Al Qaeda guidato da bin Laden e al-Zawahiri, è necessario guardare al contesto iracheno post-2001. Nei primi anni 2000, e in particolare a partire dal momento dell’intervento americano nel 2003 attraverso Operation Iraqi Freedom (OIF), l’Iraq era caratterizzato da uno scenario politico-militare estremamente complesso e da un tessuto sociale sempre più frammentario: al suo interno operavano più gruppi terroristici e, sotto molti aspetti, era simile all’Afghanistan al tempo della guerra contro i sovietici, ovvero luogo di attrazione per mujahideen da tutto il mondo islamico. A partire dal 2001, infatti, un numero sempre crescente di combattenti (alcuni già legati a gruppi jihadisti, altri invece “liberi combattenti”) era entrato nel paese schierandosi dalla parte dei gruppi sunniti nei loro attacchi contro gli americani, gli alleati degli Stati Uniti, e il governo iracheno[1].

Tra i gruppi operanti in Iraq nei primi anni 2000, spiccano Ansar al-Islam e i gruppi da esso nati dopo il crollo di Saddam; il gruppo guidato da al-Zarqawi; e il Mujahideen Shura Council, nato come ombrello raggruppante i sei principali gruppi jihadisti attivi in Iraq per dare all’azione jihadista nel Paese maggiore coesione e coerenza[2].

Al Qaeda, fin dai primi anni 2000, ha avuto un’influenza di primo piano nel fomentare il terrorismo in chiave anti-americana in Iraq, inviando propri membri nel paese e indirizzando l’azione dei gruppi operanti sul territorio, in particolar modo Ansar al-Islam e il gruppo di al-Zarqawi[3]. È infatti quest’ultimo ad essere inevitabile punto di riferimento per comprendere, attraverso il suo esempio concreto, il fenomeno della Nebula jihadista, il rapporto mantenuto con il nucleo di Al Qaeda e come questo rapporto abbia influenzato o meno i suoi obiettivi e la sua strategia.

Il gruppo di al-Zarqawi emerge nello scenario iracheno come gruppo indipendente a partire dal 2004, quando, in seguito alla caduta di Saddam, Ansar al-Islam conosce una frammentazione in più gruppi, ognuno con una propria leadership e, in parte, con una propria strategia. In quello stesso anno al-Zarqawi presta giuramento a bin Laden e rinomina il gruppo al-Tawhid as Tanzim Qai’dat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn, meglio noto come Al Qaeda nella Terra dei due Fiumi o Al Qaeda in Iraq (AQI).

L’ideologia alla base di AQI non è troppo distante da quella qaidista: condurre una “guerra santa contro Ebrei e Crociati”, promuovere un jihad globale contro gli infedeli e colpire in particolar modo il nemico americano[4]. Nonostante questa visione globalista di matrice qaidista, però, il contesto in cui il gruppo di al-Zarqawi opera è molto diverso da quello di Al Qaeda nella sua prima e seconda fase: non si tratta più di ricavarsi un luogo sicuro all’interno di un paese straniero connivente e da lì agire verso l’esterno, ma si tratta di inserirsi in un contesto concreto di guerra, nello scenario reale di uno specifico paese e di agire non dall’interno verso obiettivi esterni ma dall’interno verso l’interno.

Se l’ideologia di fondo alla quale si ispira un gruppo come quello di al-Zarqawi, legato ad Al Qaeda dal giuramento di fedeltà, non può che essere quella universalista promossa da bin Laden e da al-Zawhiri nelle loro fatwa, dall’altro lato l’azione all’interno di uno scenario specifico non può che tradursi in un confronto quotidiano con quello scenario e nella necessaria elaborazione di obiettivi di portata locale e pragmatici, ispirati a una lettura più politica che ideologica della realtà. In AQI, allora, possiamo individuare la coesistenza di un’ideologia di fondo di portata globale, ispirata al messaggio incarnato e promosso dal nucleo di Al Qaeda, con un’ideologia più limitata, di portata locale, e influenzata direttamente dalle contingenze del contesto iracheno.

L’obiettivo chiave di AQI, così come emerge nello scambio epistolare tra al-Zarqawi e al-Zawahiri nel luglio del 2005, era l’instaurazione in Iraq, a livello locale, di un “emirato islamico”[5] la cui espansione sarebbe stata, eventualmente, obiettivo di una fase successiva. Nello specifico, secondo quanto fatto conoscere dal dipartimento di Stato USA circa la corrispondenza epistolare tra al-Zarqawi e al-Zawahiri, era da perseguire un’azione in quattro passaggi: espellere le forze statunitensi dall’Iraq; stabilire un emirato islamico in Iraq; in un momento successivo, estendere il jihad ai paesi confinanti; colpire Israele.

Passando dagli obiettivi al livello dell’azione vera e propria, emerge allora, come necessaria conseguenza di quanto fin qua detto, che l’azione di AQI fosse un’azione localizzata. Nonostante la figura di al-Zarqawi sembri essere dietro ad alcuni attacchi condotti nei primi anni 2000 in Giordania, lo scenario operativo centrale è l’Iraq. Rispetto alla dimensione dell’azione, poi, non può essere tralasciato di sottolineare come AQI si sia sempre caratterizzato per un modus operandi estremamente violento e brutale che, non senza fondamento, ha contributo a collegare la figura di al-Zarqawi ad alcuni degli episodi più violenti della guerra in Iraq[6], fatti di attacchi suicidi con esplosivi; autobombe; rapimenti e decapitazioni; esecuzioni sommarie e indiscriminate. Tra i primissimi atti rivendicati da AQI come gruppo indipendente e non più associato ad Ansar al-Islam, ci sono la decapitazione dell’operatore civile americano Nicholas Berg, il rapimento per riscatto e la successiva decapitazione di un cittadino giapponese (Shosei Koda), e gli attacchi condotti con autobombe alle città sante di Najaf e Karbala, durante i quali 60 persone sono state uccise. Si tratta quindi di attacchi che riprendono quello che era stato fin dagli inizi il modus operandi di Al Qaeda, che si era, fin dagli anni in Sudan, appoggiata a questo tipo di mezzi e tattiche per colpire il nemico.

Altro aspetto connesso al modus operandi è quello degli obiettivi. Inizialmente, gli attacchi erano focalizzati su due principali bersagli: le forze militari della Coalizione guidata dagli Stati Uniti e le forze del governo iracheno[7]. Questi erano infatti i principali nemici di AQI sul territorio, nemici da sconfiggere per realizzare l’obiettivo di uno stato sunnita improntato sul rispetto e la rigida osservanza della sharia. Altri target, in un certo senso collegati ai precedenti, erano poi traduttori e poliziotti arabi, giudicati collaboratori delle forze della coalizione, e diplomatici, sia arabi che stranieri. Colpire questo secondo gruppo di bersagli era funzionale all’isolamento delle forze occupanti all’interno del paese[8].

A partire dal 2005 si ha una svolta cruciale nella strategia di AQI. In quell’anno, infatti, si tengono le elezioni in Iraq che vedono una significativa partecipazione della popolazione, e questo è percepito da al-Zarqawi come una minaccia alla legittimità e all’esistenza stessa del suo gruppo: una soluzione politica del conflitto e delle tensioni sociali avrebbe cancellato i motivi dell’appoggio dato dalla popolazione sunnita ad AQI, che senza questo appoggio sarebbe collassata. Mantenere le tensioni socio-religiose era pilastro della sopravvivenza del gruppo, che pertanto, dal 2005, ai target precedenti ne aggiunge uno nuovo: la popolazione sciita irachena[9]. Il 14 settembre 2005 l’emittente araba Al Jazeera, parla di una vera e propria dichiarazione di guerra da parte di al-Zarqawi contro gli sciiti iracheni. È dal 2005, allora, che AQI si apre a un nuovo, ancor più brutale modus operandi, che avrà conseguenze tragiche per il tessuto sociale e politico iracheno, conseguenze che caratterizzano ancora oggi quello che è l’Iraq (o che resta di esso).

Tra gli attacchi successivi a questa svolta, il 30 gennaio 2005 venne condotta una serie di attentati contro cittadini iracheni che si dirigevano alle urne per votare che causarono 44 morti. Lo scopo era bloccare il processo elettorale. Tra gli altri attacchi esemplificativi del 2005, in febbraio, con l’esplosione di un ordigno, vennero uccisi 125 membri della polizia irachena e della Guardia Nazionale. In maggio, un’autobomba venne fatta detonare accanto a un convoglio americano. In luglio, venne rapito e ucciso dai mujahideen di al-Zarqawi l’ambasciatore egiziano in Iraq, accusato di essere “alleato di Ebrei e Crociati”. In novembre, AQI condusse una serie di attacchi contro moschee sciite nella città di Khanaqin. Ma gli attacchi contro gli sciiti, protrattisi per tutto il 2005 e il 2006, raggiunsero il proprio culmine nell’ attacco a Samarra (giugno 2006), che è considerato l’evento che ha fatto scoppiare la guerra civile irachena.

È a partire dalla crudeltà di questi attacchi e dalla scelta di indirizzare l’azione contro la popolazione sciita che si può comprendere quale fosse il potere di attrazione esercitato da AQI sotto la leadership di al-Zarqawi.

Nonostante questi attacchi fossero caratterizzati da teatralità e, di conseguenza, visibilità internazionale (con foto e video fatti circolare dai media di tutto il mondo, in tutto il mondo) il loro effetto fu sì quello di rendere AQI uno degli attori più potenti e di spicco dello scenario iracheno, ma non quello di attrarre nella sua orbita gli altri gruppi jihadisti operanti sul territorio, come al-Zarqawi avrebbe voluto[10]. Fin dal suo ingresso in scena, infatti, AQI non si era particolarmente distinta per la sua capacità di attrarre combattenti in modo autonomo, ed è stata per lo più l’associazione con Al Qaeda a indurre un ampio numero di jihadisti ad abbracciare il gruppo[11].

Unici modi in cui al-Zarqawi, almeno all’inizio, riusciva a indurre gli aspiranti combattenti ad unirsi a lui senza appellarsi al prestigio dato dall’associazione con bin Laden, erano il controllo delle reti attraverso cui mujahideen provenienti da tutto il mondo arabo arrivavano in Iraq, e l’uso che il gruppo seppe fare di Internet[12]. Infatti, a differenza di Al Qaeda, che sui propri siti pubblicava per lo più lunghi video di bin Laden e al-Zawahiri dal contenuto ideologico e dal carattere di sermoni religiosi, AQI tendeva a pubblicare video e immagini brutali nei quali mostrava i propri successi nel colpire nemici, allo scopo di apparire forte e attraente agli occhi degli aspiranti combattenti. Un uso di Internet, quindi, più efficace e di maggiore impatto, basato più sull’effetto emotivo – timore nei nemici e attrazione nei simpatizzanti – delle immagini e dei video proposti che non sul contenuto ideologico di discorsi e articoli.[13]

Tuttavia, a partire dal 2005 e dalla re-definizione del modus operandi, ha iniziato a delinearsi un certo isolamento del gruppo all’interno dello stesso mondo jihadista, con sempre più voci di condanna che si sollevavano nei confronti di AQI per le sue tattiche brutali e spietate e per i suoi attacchi, condotti contro la popolazione sciita più che contro le forze della Coalizione (considerate da tutti i gruppi jihadisti dentro e fuori dal Paese come i nemici da combattere).

Non solo l’associazione con Al Qaeda non è riuscita a frenare questa condanna da parte del mondo jihadista nel suo complesso, ma è stata tale che ha indotto gli stessi leader di Al Qaeda a cercare di moderare l’azione di al-Zarqawi. Lo stesso al-Zawahiri, infatti, in una lettera inviata ad al-Zarqawi nel luglio 2005, invitò quest’ultimo a modificare e moderare le proprie tattiche e a ridurre gli attacchi contro gli sciiti. Questo invito era basato su un motivo pratico: poiché la maggior parte dei musulmani non realizza quanto gli sciiti siano un danno per la religione Islamica, gli attacchi contro gli sciiti rischiano solo di suscitare opposizione e condanna, e rivelarsi quindi controproducenti. Inoltre questi attacchi presentavano – secondo al-Zawahiri – un’immagine distorta dei jihadisti e distoglievano dal combattere contro il vero nemico, gli Stati Uniti.[14]

Anche all’interno dello stesso Iraq, nel periodo 2005-2006, si sollevarono da parte di più gruppi di insorti forti critiche nei confronti di al-Zarqawi e del suo gruppo[15]. Se da un lato l’associazione con Al Qaeda e il supporto di quest’ultima aveva aumentato le capacità operative di AQI e aveva contribuito ad accrescerne il profilo, dall’altro lato il modus operandi autonomo sviluppato dal gruppo contribuì alla sua alienazione anche all’interno della comunità sunnita irachena, che cercava sempre più protezione dalla dominazione sciita in gruppi diversi da AQI. La strategia di al-Zarqawi, che puntava a fomentare la lotta lungo l’asse sciiti-sunniti per mostrare anche ai sunniti più moderati che era in gioco la loro stessa sopravvivenza e che quindi la brutalità di AQI era l’unico mezzo per non soccombere, si rivelò fallimentare nell’ attrarre verso il gruppo la popolazione sunnita[16].

Al momento della morte di al-Zarqawi nel 2006, allora, il profilo del gruppo – in Iraq e fuori – sembrava in declino, nonostante (secondo quanto trasmesso nel 2006 dallo U.S. State Departament Bureau of Intelligence and Research) fosse ancora forte di più di 1000 uomini.

Rispetto a questo elemento, inoltre, vale la pena fare un’ulteriore osservazione: la maggior parte dei combattenti nei ranghi di AQI non erano iracheni ma jihadisti provenienti da varie parti del mondo islamico, e soprattutto da Arabia Saudita, Libia, Siria, Yemen e Afghanistan[17]. Questo aspetto risulta particolarmente importante se si pensa al collegamento che ha con la focalizzazione su obiettivi civili e sciiti, ai quali un gruppo formato da iracheni, combattenti sulla propria terra, per il proprio popolo (per lo meno nella loro visione della realtà del conflitto contro le forze della Coalizione) sarebbe stato più sensibile e quindi restio. La lacerazione del tessuto sociale iracheno, inevitabilmente prodotta dagli attacchi contro obiettivi sciiti, non era invece una preoccupazione né un interesse per un gruppo guidato da un leader non iracheno e formato da combattenti nella maggioranza non iracheni, disposti a passare sopra chiunque si frapponesse al proprio progetto di stato islamico.

Per comprendere, durante questa prima fase di vita di AQI, le dimensioni del finanziamento del gruppo e della sua organizzazione interna è necessario guardare al significato della connessione con Al Qaeda.

Come visto nel primo capitolo, relativamente allo sviluppo del fenomeno della Nebula jihadista – di cui AQI è un concreto esempio – la connessione tra i gruppi della Nebula e Al Qaeda è una connessione più ideologica che non operativa e organizzativa. Gli attacchi condotti da AQI nel periodo 2004-2006 erano infatti attacchi decisi localmente dal gruppo di al-Zarqawi, non pianificati dall’alto dalla leadership qaidista (che anzi ha in più di un’occasione, attraverso le lettere di al-Zawahiri, condannato la gratuita brutalità del gruppo); e tale indipendenza operativa è riflesso inevitabile di un’autonomia organizzativa.

Durante questa primissima fase, AQI si caratterizza per una struttura ruotante intorno alla figura del leader al-Zarqawi, responsabile ultimo di tutte le decisioni prese e le azioni condotte. Il potere assoluto di al-Zarqawi sull’azione del gruppo è perdurato anche dopo l’ingresso di AQI nel Majhles Shura Council, ingresso spiegato per lo più dal fatto che al-Zarqawi voleva che il suo gruppo fosse percepito come gruppo iracheno, disposto a cooperare con gli altri gruppi operanti in Iraq[18].  Sotto al-Zarqawi, poi, vi era un gruppo ristrettissimo di pochi fedeli, collaboratori ideologici e operativo-strategici, per lo più non-iracheni. Per ultimi, venivano i combattenti – iracheni e stranieri- attratti in Iraq dalla vocazione al jihad[19].

In questa prima fase, AQI si presenta come gruppo caratterizzato da un elevato grado di coesione interna, coesione che al-Zarqawi aveva fin dagli inizi cercato di promuovere, sostenere e mantenere in vita attraverso una rigida distinzione tra “noi” e “loro”, tra gli appartenenti ad AQI e coloro che invece vi erano esclusi. Aveva quindi creato un’identità di gruppo il cui scopo era quello di garantirne l’unità e la compattezza anche di fronte alle critiche. Questo elemento, che ebbe l’effetto di aumentare ancora di più la distanza tra AQI e la popolazione sunnita irachena, fu di fatto fondamentale nel garantire la sopravvivenza del gruppo nel periodo di declino tra il 2006 e il 2010.[20]

Relativamente all’aspetto finanziario, qui è di centrale importanza l’associazione con Al Qaeda, che è infatti da interpretare come decisione presa da al-Zarqawi principalmente per motivi di prestigio e per ragioni finanziarie. L’affiliazione ad Al Qaeda, più che indirizzare le risorse raccolte dalla leadership qaidista verso AQI (che abbiamo visto nel capitolo primo non essere situazione diffusa a causa delle difficoltà dei trasferimenti di denaro dopo il 2001), ebbe l’effetto di accrescere il profilo di AQI a livello internazionale (in un momento in cui Al Qaeda e jihad erano considerati sostanzialmente sinonimi) spingendo così musulmani e organizzazioni islamico-radicali di tutto il mondo ad inviare al gruppo di al-Zarqawi il proprio aiuto finanziario[21].

Tuttavia, sarebbe un limite considerare AQI totalmente dipendente dalle donazioni esterne. Caratteristica del gruppo in questa sua prima fase, infatti, è una capacità non irrilevante di auto-finanziamento[22]. Tra le fonti di finanziamento diverse dalle donazioni, possibili in quelle zone dove AQI godeva di una forte presenza, vengono indicate attività illegali e criminali come rapimenti con richiesta di riscatto; contrabbando di prodotti rubati come materiali da costruzione, generatori, automobili e cavi elettrici (che andavano a costituire il 50% del finanziamento del gruppo); vendita sul mercato nero di petrolio; e infine bottini razziati da parte di gruppi appositamente costituiti, per lo più in case sciite o di collaboratori degli Stati Uniti[23].

Importante, poi, è l’aspetto legato alla gestione di queste risorse finanziarie, che nelle province sotto il controllo di AQI era organizzata in modo centralizzato: in ogni provincia, un emiro provinciale e un emiro amministrativo operavano come principali decision makers in ambito finanziario, soprattutto relativamente alla raccolta fondi; alla suddivisione delle spese per finanziarie l’attività del gruppo ad ogni livello (dalla propaganda ideologica alle operazioni terroristiche vere e proprie); e al trasferimento delle finanze[24].

A spiegare l’indipendenza logistico-operativa del gruppo, allora, non è solo la sua organizzazione autonoma rispetto al nucleo qaidista ma anche la sua indipendenza finanziaria: AQI si trovava infatti nella situazione di poter utilizzare i guadagni generati nelle provincie sotto il proprio controllo per condurre i propri attacchi autonomi all’interno dell’Iraq, sui quali il nucleo di Al Qaeda non aveva controllo né a livello operativo né a livello finanziario.

 

  1. Al Qaeda in Iraq dalla morte di al-Zarqawi all’avvento di al-Baghdadi

 

Il 2006 è anno di svolta per AQI, in quanto anno della morte del suo leader al-Zarqawi (ucciso in un raid aereo il 7 giugno 2006). Per un’organizzazione centralizzata attorno alla figura del leader, la morte di al-Zarqawi rappresenta un duro colpo e non si limita a portare a una semplice successione ma si traduce in una vera e propria riorganizzazione del gruppo.

Dopo la morte del leader originario, emerge un doppio comando al vertice del gruppo formato da Abu Ayyub al-Masri e da Abu Omar al-Baghdadi. Non solo si crea una situazione in cui a guidare il gruppo sono due figure – il che è di per sé indice di una significativa perdita di centralizzazione – ma, secondo quanto scritto da M.J. Kirdar[25], dopo la morte di al-Zarqawi il nucleo di Al Qaeda ha cercato di intervenire in modo più diretto per controllare il gruppo, approfittando della scomparsa di un leader carismatico che le due nuove figure non riuscirono mai a pareggiare in termini di prestigio e credibilità.

Altra caratteristica a livello organizzativo di questa seconda fase, è quella che è stata definita “burocratizzazione e diluzione” del gruppo[26]. Da un documento anonimo elaborato all’interno di AQI relativamente a quelli che erano stati gli errori principali commessi dal gruppo, uno di quelli che ricevono più attenzione è la dispersione delle cellule di AQI in varie aree del Paese. Ognuna di queste cellule era sotto il controllo di un capo, ma spesso i contatti tra i vertici e i capi locali delle varie cellule erano difficili e sporadici e non c’era una vera e propria pianificazione centralizzata. Ulteriore segno di quella che è stata definita un’eccessiva e pesante burocratizzazione era il continuo aumento del numero degli Emiri, al punto che pressoché per ogni ambito ve ne era uno: l’Emiro del Gas, l’Emiro delle Abitazioni, l’Emiro dell’Amministrazione… All’interno di ogni cellula, poi, vi era la suddivisione delle quattro figure di maggior rilievo in: Ufficiale Militare, Ufficiale della Sicurezza, Ufficiale della Sharia, e Ufficiale Amministrativo[27]. Rispetto a quella che era la situazione centralizzata con al-Zarqawi si era allora venuta a creare una struttura decentralizzata e burocratizzata, che si rivelerà un punto debole del gruppo.

Per dare conto di questa struttura poco efficace a livello operativo e organizzativo, si può riportare un estratto del documento redatto all’interno di AQI e riportato da Fishman:

 

“L’ufficiale della Sharia, se c’è, lo vedrete isolato con i suoi libri e computer, lontano dalla realtà della gente e dei combattenti…non conoscendo il terreno, la natura delle genti e delle tribù, i benefici e le molestie nate dalle sue fatwa, lo vedrete allora isolato e marginalizzato. Dall’altro lato vedrete l’ufficiale militare preoccupato della sua sicurezza. L’ufficiale militare non può collocare esplosivi senza informazioni relative alla sicurezza…I quattro specialisti presentati [nel seguente documento] spiegano perché ci sia un notevole ritardo nelle operazioni militari e di sicurezza. Poiché c’è poca cooperazione tra loro quattro […] l’ufficiale militare non può pianificare senza informazioni sulla sicurezza, l’ufficiale della Sharia non può giudicare senza interagire con il pubblico e senza avere una buona conoscenza della realtà del contesto, l’ufficiale amministrativo non può soddisfare tutti i bisogni a causa delle eccessive richieste passate, presenti e probabilmente future… Gli ufficiali militari si sono ritrovati isolati e incapaci di operare a causa del largo numero di spie e apostati. Gli ufficiali della Sharia sono state vittima di alcuni fraintendimenti che li hanno indotti ad uscirsene con delle fatwa ridicole per la loro mancanza di informazioni o in molti casi per idee incomplete, quindi se ne sono usciti con delle fatwa che hanno avuto un effetto negativo sul gruppo.”

 

Nel complesso l’ideologia e gli obiettivi del gruppo restano invariati. Come per Al Qaeda il recente passaggio del comando da bin Laden ad al-Zawahiri in seguito all’uccisione del primo non ha comportato una modifica degli obiettivi di fondo dell’organizzazione, così anche per AQI il passaggio del comando da al-Zarqawi ad al-Musri e al-Baghdadi non ha modificato gli obiettivi locali del gruppo.

L’unico aspetto che a questo proposito merita di essere sottolineato è una maggiore enfasi posta sull’obiettivo di creazione di uno stato islamico sul territorio iracheno guidato secondo i principi della sharia – obiettivo dal quale paradossalmente il gruppo si allontanerà però sempre di più a causa delle proprie contraddizioni e della propria conseguente debolezza[28].

I motivi della crescente difficoltà per AQI di realizzare il progetto di uno stato islamico in Iraq sono da ricercare essenzialmente nei rapporti del gruppo con la popolazione sunnita irachena. In questo senso è da sottolineare che quella tendenza all’alienazione di tribù e gruppi sunniti causata dall’eccessiva brutalità del gruppo, che già era emersa sotto al-Zarqawi dopo il 2005, diventerà ora ancora più esasperata e si rivelerà, sotto ogni aspetto, la principale causa della debolezza del gruppo in questa seconda fase, che è stata appunto definita fase di “declino”[29].

La nuova leadership cercò in più modi di far apparire il gruppo come autenticamente iracheno: allontanamento della maggior parte dei combattenti non iracheni e reclusione in secondo piano all’interno dell’organizzazione dei combattenti stranieri rimasti; rinnovati tentativi di attrarre nei propri ranghi jihadisti di nazionalità irachena; cambiamento del nome in ISI (Islamic State of Iraq) nell’ottobre del 2006 e nomina ad emiro di Abu Omar al-Baghdadi, il cui stesso cognome era funzionale a far percepire il gruppo come autenticamente locale.

Nonostante questi cambiamenti, però, i tentativi di estendere il controllo del gruppo sulle province a maggioranza sunnita incontrarono non poche resistenze da parte dei locali, che già al tempo di al-Zarqawi avevano iniziato a vedere nel gruppo una minaccia alla sicurezza addirittura maggiore rispetto al governo di Baghdad, nonché un rivale nel controllo di territori, risorse e reti di contrabbando[30].

Fu questa incapacità di ISI non solo di attrarre nella propria orbita combattenti e gruppi jihadisti, ma anche di ottenere il supporto dei gruppi sunniti del paese, che creò una situazione favorevole alle forze della Coalizione. Queste, infatti, sfruttando l’alienazione creata da ISI stesso, supportarono logisticamente e finanziariamente la formazione del cosiddetto Anbar Awakening, un gruppo sunnita anti-ISI formatosi e operante nella provincia di Anbar, che rappresentò un duro colpo per il gruppo di al-Musri e al-Baghdadi, non solo per i danni militarmente inferti ma perché logorò ancora di più l’immagine di ISI, sia all’interno che all’esterno dell’Iraq[31]. Se, allora, già con al-Zarqawi la strategia adottata dal gruppo si era rivelata controproducente e aveva portato alla sua esclusione e condanna generale, questo diventa ancora più vero nella seconda fase, durante la quale la capacità di attrazione del gruppo è pressoché azzerata.

Più in generale, guardando oltre i rapporti di ISI con i sunniti e con gli altri gruppi jihadisti iracheni, la capacità di attrazione del gruppo al di fuori dell’Iraq risentì molto della perdita di al-Zarqawi. Nonostante il gruppo continuasse ad utilizzare Internet per diffondere il proprio messaggio, per incutere timore nei nemici e attrarre aspiranti combattenti, la mancanza di un leader carismatico come al-Zarqawi inferse un duro colpo al prestigio del gruppo e alla sua reputazione[32].

Una tale alienazione e incapacità di ottenere supporto ha inevitabilmente avuto dure conseguenze anche sul piano finanziario. Da un lato, infatti, il declino nel numero dei combattenti stranieri che ogni mese si aggiungevano al gruppo ha necessariamente comportato una diminuzione delle risorse finanziarie che questi portavano con sé[33]. Dall’altro lato, le frizioni con la popolazione sunnita irachena hanno portato a un drammatico calo delle donazioni provenienti dal mondo islamico[34], ora più restio a finanziarie un gruppo come ISI che appariva isolato all’interno del proprio stesso paese d’azione e condannato anche da coloro che in teoria avrebbero dovuto essere i suoi principali sostenitori (i sunniti iracheni appunto).

A questo si aggiunge il fatto non irrilevante che le frizioni con le tribù sunnite costrinsero ISI all’abbandono di molte aree, riducendo così notevolmente la sua possibilità di sfruttamento delle risorse di quelle zone. Esempio chiave è a questo rispetto la provincia dell’Anbar, che prima del fenomeno dell’Awakening era stata una delle zone di massima redditività per il gruppo.

L’unico territorio in cui invece AQI, grazie a una presenza storica e a buoni rapporti con gruppi di insorti locali, riuscì a mantenere una presenza stabile, un certo controllo, e quindi una modesta capacità di sfruttamento delle risorse naturali e dei traffici illeciti, è la zona del Nord-Ovest, intorno a Mosul e alla pianura del Niniveh. Qui ISI riuscì ad avvantaggiarsi di antichissime reti di contrabbando controllate da gruppi tribali ad esso legati, ottenendo in questo modo una parte di quei profitti illeciti[35].

Altre fonti di finanziamento su cui ISI poteva contare, oltre al contrabbando, erano rapimenti, estorsioni, frodi e furto e vendita sul mercato nero di petrolio. In particolare giocava un ruolo centrale per ISI la città di Mosul, che era diventato il più importante centro finanziario per il gruppo, che da questa città otteneva infatti l’80% dei propri fondi[36].

Con minori capacità finanziarie e di reclutamento, gli attacchi condotti da AQI in questa seconda fase sono diminuiti nel numero e nella frequenza ma non nella brutalità. Le ragioni per la minore frequenza sono evidentemente da ricercare nelle difficoltà finanziarie, nello scarso supporto ricevuto, e nel declino del numero di nuove reclute, che finì per ridurre – ma non cancellare – la capacità de gruppo di condurre quegli attacchi plateali che aveva condotto per tutto il 2005 e parte del 2006, di cui emblema è l’attentato a Samarra.

Nonostante Al Qaeda, già nel 2005, avesse condannato e si fosse opposta a un eccessivo uso della violenza contro la popolazione sciita dell’Iraq, gli obiettivi in questa seconda fase non cambiarono, in quanto alimentare le lotte settarie per logorare la struttura sociale del paese e ostacolare qualsiasi progetto di stabilizzazione politica – in vista dell’instaurazione di uno stato islamico – rimase uno dei pilastri dell’azione di AQI; così come gli attacchi contro obiettivi civili all’interno del paese.[37].

Il 19 agosto 2009, inoltre, il gruppo dimostrò la sua capacità di condurre ancora, sebbene con minor frequenza, attacchi contro obiettivi di rilievo, colpendo i Ministeri degli Esteri e delle Finanze; e attacchi di portata simile si susseguirono il 25 ottobre contro il Ministero della Giustizia e la sede centrale del Governo a Baghdad. L’8 dicembre, invece, furono colpiti una Corte di giustizia, due collegi, una banca e una moschea[38]

A non cambiare in questa seconda fase sono anche le modalità di conduzione degli attacchi, che continuano ad appoggiarsi per lo più ad attentati suicidi, auto bomba, e all’uso di Improvised Explosive Devices (IED). Secondo quanto pubblicato dal New York Times nel 2007, ISI in quell’anno avrebbe iniziato ad utilizzare come arma anche i gas – e nello specifico il cloro – che avrebbe però abbandonato pochi mesi dopo per la forte opposizione e condanna sollevatasi[39].

Le difficoltà incontrate da ISI dopo il 2006 avevano indotto a credere che con la morte di al-Masri e al-Baghdadi, nel 2010, il gruppo fosse destinato a scomparire definitivamente. Diversamente dalle aspettative, però, con l’ascesa di Abu Bakr al Baghdadi gli eventi degli ultimi cinque anni hanno mostrato come il 2010 sia meglio interpretabile come secondo spartiacque che apre alla terza fase di vita di ISI, quella attuale, in cui il progetto di creazione dello stato islamico, lungi dall’essere una chimera, è diventato realtà.

 

Osservazioni conclusive

 

Ripercorrere la storia di AQI consente di comprendere lo sviluppo del terrorismo jihadista nell’ultimo decennio, essendo il gruppo tassello che permette di costruire un ponte di collegamento tra Al Qaeda e ISIS. In quanto gruppo appartenente al primo anello della Nebula jihadista, AQI ha con Al Qaeda un certo collegamento ideologico ma non operativo. Condivide, quindi, le aspirazioni universaliste di Al Qaeda come presentate nella fatwa del 1996, ma ad esse aggiunge anche obiettivi concreti e locali, come la creazione di uno stato islamico in Iraq.

A differenza di Al Qaeda, per AQI non si tratta di trovare un safe haven e utilizzarlo come base operativa, ma si tratta di confrontarsi con la realtà del conflitto in Iraq e di rispondere alle sfide di quella realtà. L’azione all’interno di uno scenario operativo specifico spiega pertanto gli obiettivi locali di AQI, che in Al Qaeda erano assenti, e ne spiega il modus operandi: non più, come per il gruppo di bin Laden, attacchi pianificati dal safe haven verso obiettivi esterni, ma attacchi pianificati e condotti all’interno di un unico contesto operativo contro soft targets, civili e non.

Si tratta, peraltro, di attacchi pianificati da AQI in modo indipendente rispetto al nucleo di Al Qaeda. A spiegare questa indipendenza sono l’organizzazione autonoma, inizialmente ruotante attorno alla figura di al-Zarqawi e poi più decentralizzata nella seconda fase; e la sua indipendenza finanziaria, basata su donazioni ma soprattutto, importante differenza con Al Qaeda, sullo sfruttamento di risorse nei territori connessi al gruppo (o perché sotto il suo controllo o perché abitati da tribù simpatizzanti) e su attività illegali come il contrabbando.

Altra differenza tra AQI e Al Qaeda è rappresentata dal reclutamento, nel quale Al Qaeda è sempre stata più abile rispetto al gruppo di al-Zarqawi, che a causa della sua stratega brutale e settaria si è spesso visto isolato all’interno dell’universo jihadista.

A questo proposito, inoltre, è interessante notare il diverso uso delle nuove tecnologie fatto dai due gruppi: Al Qaeda, che aveva da sempre basato la propria azione su una visione ideologica della realtà, tendeva per lo più a trasmettere messaggi religiosi e fatwa; AQI invece, che aveva obiettivi più concreti e realistici, ha utilizzato in questa chiave anche le moderne tecnologie, sfruttandole non per comunicare messaggi religiosi ma per ottenere supporto concreto nella propria guerra all’interno dell’Iraq. Facendo riferimento alle quattro dimensioni d’analisi proposte, quindi, è possibile individuare delle differenze significative tra Al Qaeda e AQI, che anticipano quelle differenze che con ISIS diventeranno ancora più radicali.

 

 

[1] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag.138

[2] Ibi., pag. 141

[3] Ibi., pag. 139

[4] Ibi., pag. 140

[5] Ibi., pag. 145

[6] A. Plebani, New (and Old) Petterns of Jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 5

[7] Ibi., pag. 6

[8] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 144

[9] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 6

[10] Ibi., pag. 6

[11] B. Fishman, “After Zarqawi: The Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[12] P. Bergen, J. Felter, V. Brown, J. Shapiro, Bombers, Bank Accounts and Bleedout, Combating Terrorism Center at West Point, July 2008

[13] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study No. 1, June 2011

[14] A. Moghadam, B. Fishman, Fault Lines in global jihad: organizational, strategic, and ideological fissures, Abingdon, Routledge, 2011, pag. 120

[15] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 7

[16] B. Fishman, “After Zarqawi: the Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[17] J. Felter, B. Fishman, Al Qaida’s Foreign Fighters in Iraq: A First Look at the Sinjar Recrods, Combating Terrorism Center at West Point, July 2008

[18] P. Bergen, J. Felter, V. Brown, J. Shapiro, Bombers, Bank Accounts and Bleedout, Combating Terrorism Center at West Point, July 2008

[19] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study No. 1, June 2011

[20] B. Fishman, “After Zarqawi: the Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[21] E. Londoño, “Al Qaeda in Iraq Gaining in Strength”, Washington Post Foreign Service, 22 November 2009

[22] J. F. Burns, K. Semple, “US Finds Insurgency Has Funds to Sustain Itself”, New York Times, 26 November 2006

[23] B. Bahney et al. An Economic Analysis of the Financial Records of Al-Qa’ida in Iraq, Santa Monica (CA), RAND, 2010, pagg. 36, 38

[24] Ibi., pagg. 29, 31

[25] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study NO. 1, June 2011

[26] B. Fishman, Dysfunction and Decline: Lesson Learned from Inside Al Qa’ida in Iraq, Combating Terrorism Center at West Point, March 2009

[27] Ibidem

[28] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pagg. 8-9

[29] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study NO. 1, June 2011

[30] A. Plebani, New (and Old) Patterns of jihadism: Al Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 9

[31] Ibi., pag. 9

[32] B. Fishman, “After Zarqawi: the Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[33] P. Bergen, J. Felter, V. Brown, J. Shapiro, Bombers, Bank Accounts and Bleedout, Combating Terrorism Center at West Point, July 2008

[34] B. Fishman, “After Zarqawi: the Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[35] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 9

[36] A. Plebani, “Ninawa Province: Al-Qa’ida Remaining Stronghold”, CTC Sentinel, Vol. 3, No. 1, 13 January 2010

[37] Dichiarazioni di Abu Omar al-Baghdadi del 9 e 21 giugno 2006, citate in B. Fishman, “After Zarqawi: the Dilemmas and Future of Al Qaeda in Iraq”, The Washington Quarterly, Vol. 29, No. 4, 2006

[38] A. Plebani, “Ninawa Province: Al-Qa’ida Remaining Stronghold”, CTC Sentinel, Vol. 3, No. 1, 13 January 2010

[39] A. Rubin, “Chlorine gas attack by truck bomber kills up to 30 in Iraq”, The New York Times, 7 April 2007

 

 

Capitolo III

ASCESA E SUCCESSO DI ISIS

 

In questo capitolo viene tracciata la storia di quello che era stato il gruppo noto con il nome di Al Qaeda in Iraq/ISI, a partire dal 2010 fino ad oggi. La storia recente del gruppo viene divisa in due fasi principali:

– quella che va dal 2010, anno in cui Abu Bakr al-Baghdadi diventa emiro, fino al 2014. È questo il periodo dell’ascesa di ISIS (nuovo nome di quello che era stato AQI/ISI), della sua riorganizzazione sotto il nuovo leader e della sua rinnovata capacità di azione;

– la fase che va dal 2014, anno della proclamazione del Califfato guidato da al-Baghdadi, fino ad oggi, primo anniversario dello Stato Islamico.

Nell’analizzare il percorso che ha portato alla nascita del Califfato, e nel cercare di comprendere come questo sia stato possibile – soprattutto se consideriamo che il gruppo nel 2010 sembrava ormai privo di significative capacità offensive – e come sia possibile il mantenimento, un anno dopo, della maggior parte dei territori conquistati e l’occupazione di nuovi, ci si focalizzerà esclusivamente su elementi interni al gruppo: la sua organizzazione interna, il rapporto tra obiettivi e modalità operativa, la sua capacità di attrarre combattenti dal mondo islamico e dal mondo occidentale, e il punto di forza rappresentato dall’autofinanziamento. Verranno in particolare sottolineate, per ognuna di queste dimensioni, le principali differenze con Al Qaeda per individuare i principali punti di forza di ISIS.

Elementi legati alla realtà della Siria e dell’Iraq tra il 2010 e il 2014 – e in particolare la guerra civile in Siria e l’emarginazione dal potere dei sunniti iracheni sotto il governo di Nuri al-Maliki – pur riconosciuti nella loro importanza come elementi che al-Baghdadi ha saputo sfruttare per realizzare il proprio obiettivo, non saranno in questa sede oggetto di studio.

 

  1. Ascesa di ISIS e fase pre-Califfato

 

Il 16 maggio 2010, dopo la morte di al-Musri e Abu Omar al-Baghdadi, ISI trova un nuovo leader nella figura di Abu Bakr al-Baghdadi. Questi, consapevole degli errori commessi dai predecessori e di aver ereditato un gruppo ormai in declino e debole, realizza una cruciale riorganizzazione[1]: viene recuperata la struttura centralizzata che vi era al tempo di al-Zarqawi, con la strutturazione del gruppo intorno alla figura del nuovo leader; viene semplificata la burocratizzazione della fase precedente, che aveva ostacolato le comunicazioni a livello di leadership; viene rafforzata la coesione interna al gruppo attraverso la creazione di un sentimento di fratellanza tra i membri e una rigida dialettica “noi”/”loro”, dove “loro” sono i nemici del gruppo, ossia quanti non ne condividono obiettivi e metodi[2].

Nel parlare di leadership, è però da sottolineare come –almeno fino al 2014 – nonostante al-Baghdadi fosse stato nominato emiro, egli non fosse l’unica guida del gruppo. Formalmente figura di massimo spicco, capace di dare un volto religioso all’organizzazione grazie alla sua laurea in studi islamici presso l’Università di Baghdad e la sua precedente attività di imam a Baghdad e Fallujah[3], la leadership era in realtà costituita da un gruppo ristretto di ex membri delle forze armate di Saddam.

Tra questi, spiccava per importanza Haji Bakr, colonnello ai tempi di Saddam, identificato come l’architetto, la guida strategica di ISI. Questi, all’interno del gruppo, ha probabilmente giocato fino al gennaio 2014 – quando è stato ucciso – un ruolo strategico più importante dello stesso al-Baghdadi, tanto che le comunicazioni tra Al Qaeda e ISI avvenivano tra al-Zawahiri e Haji Bakr.[4]

Emerge così, a partire dal 2010, un gruppo più coeso e centralizzato, che già nella sua organizzazione interna inizia a superare molte delle contraddizioni e dei limiti che erano emersi con al-Musri e Abu Omar al-Baghdadi; e sarà soprattutto dopo il 2014, ossia dopo l’instaurazione del Califfato, che il gruppo si doterà di una struttura ancora più articolata e coerente – struttura che Haji Bakr aveva progettato già dal 2012.[5]

Altro aspetto importante di questo periodo segnato dall’ entrata in scena di al-Baghdadi in veste di emiro è il significativo miglioramento delle comunicazioni interne al gruppo, per cui la leadership era sempre informata dei risultati delle operazioni nelle varie aree in cui il gruppo era presente e c’era un significativo grado di controllo dall’alto. Questa fitta rete di costanti comunicazioni e scambi di informazioni a livello di leadership venne associata a un rigido sistema di sorveglianza reciproca – che Haji Bakr aveva ideato ispirandosi al sistema di sicurezza e sorveglianza creato da Saddam – ed è ancora oggi, come vedremo, caratteristica del gruppo[6].

Questa centralizzazione nell’organizzazione del gruppo si riflette ovviamente anche sul modus operandi: le azioni erano sempre pianificate dall’alto e, nonostante il gruppo fosse ancora legato ad Al Qaeda dalla baya’a del 2004, l’indipendenza operativa che aveva da sempre caratterizzato l’azione di AQI/ISI diventa ora ancora più radicale[7]. Questo costante allontanamento dal nucleo di Al Qaeda porterà alla frattura definitiva tra la fine del 2013 e gli inizi del 2014, quando il gruppo diventa ISIS (Islamic State of Iraq and Siria)[8] e si stacca definitivamente da qualsiasi legame con al-Zawahiri, che lo disconosce nel febbraio 2014[9].

L’obiettivo centrale del gruppo resta, come era stato sotto al-Musri e Abu Omar al-Baghdadi, l’instaurazione dello stato islamico ed è a partire da questo obiettivo, razionale, pragmatico e locale (e quindi, come già sottolineato nel secondo capitolo, estremamente diverso dagli obiettivi astratti, ideologici e universalistici di Al Qaeda) che si può comprendere il modus operandi di ISI dal 2010.

È infatti intorno all’obiettivo dello stato islamico che viene plasmata la strategia del gruppo, che dopo il 2011, date le evoluzioni nel contesto regionale, non punta più a istituire uno stato islamico in Iraq, come era stato l’obiettivo di AQI, ma punta a istituire uno stato islamico nell’area definita come Levante, ossia a cavallo tra Siria e Iraq. In entrambi gli scenari operativi – Siria e Iraq – ISI parte dal miglioramento della strategia passata: a differenza di quella che era stata la situazione precedente, gli obiettivi (per lo meno all’inizio) non sono civili, per evitare alienazione e isolamento; mentre in accordo con quella che era stata la strategia sotto i precedenti leader, il focus è ancora su target localizzati su un territorio operativo specifico.

Questa focalizzazione su soft target locali è la principale differenza nel modus operandi con Al Qaeda, che colpiva invece target presenti su territori stranieri, al di là dei confini del paese d’accoglienza; ed è una differenza che si spiega a partire dalla differenza di obiettivi precedentemente delineata.

Per quanto riguarda i bersagli degli attacchi, poi, questi sono sia soft sia hard: a essere colpiti sono politici, ufficiali di sicurezza e ex membri delle forze shawa, ma anche strutture come il Ministero della Giustizia a Baghdad, colpito nel marzo 2013[10]. Relativamente ai mezzi utilizzati per colpire gli obiettivi, questi restano quelli adottati da al-Zarqawi, che a sua volta si era su questo punto ispirato ad Al Qaeda: esplosivi (IED), attentati coordinati su un singolo obiettivo e attacchi suicidi.

Dati rilevanti che mostrano la rinnovata capacità offensiva del gruppo sono quelli riportati da Knights: relativamente all’uso delle auto bomba, nel 2010 – nel momento di massimo declino raggiunto dal gruppo – vi erano in media 10 attacchi di questo tipo al mese; nel 2013 il numero era salito a 71 al mese. Per quanto riguarda gli attacchi coordinati su più obiettivi, nel 2010 ve ne erano 2 o 3 all’anno; nel 2013 uno al mese. Infine, relativamente agli attentati suicidi, da una media di 6 al mese nel 2010, si passa a 22 al mese nel 2013[11].

Altro elemento da sottolineare rispetto al modus operandi è che mentre Al Qaeda, durante la prima e la seconda fase, colpiva soft e hard target statunitensi per indurli a lasciare il Medio Oriente, ISI nei propri attacchi – in particolare dal 2012, quando lo scenario regionale si stava logorando e le capacità operative del gruppo stavano crescendo – seguiva una logica espansiva: non attacchi finalizzati solo a colpire il nemico, indebolirlo e allontanarlo, ma attacchi finalizzati anche – e soprattutto – a ottenere un effettivo controllo sul territorio, e quindi accompagnati da una più ampia strategia di occupazione e conquista.

Questa strategia espansionistica in più fasi emerge dai documenti ottenuti e divulgati da Spiegel Online International dopo l’uccisione di Haji Bakr, che ne era stato l’ideatore: creare i cosiddetti dawha offices, che si presentavano come istituti islamico-missionari e che iniziarono ad emergere in città della Siria e dell’Iraq alla fine del 2012; attrarre la popolazione locale agli incontri da questi organizzati; reclutare due o tre giovani; istruirli come spie; ottenere da loro tutte le informazioni rilevanti sui villaggi e sulle città in cui ISI puntava ad espandersi; sulla base delle informazioni ottenute penetrare nei villaggi, dividere e soggiogare la popolazione; eliminare quanti si opponessero.[12] Infiltrazione, occupazione e controllo si presentano allora come le tre fasi chiave della strategia di ISI per pervenire alla creazione dello Stato Islamico.

È dal 2014, poi, che il gruppo, nella fase finale della propria fondazione del Califfato, adotta una strategia sempre più aggressiva, sia verso la popolazione sia verso gli altri gruppi di insorti.[13] Questo modus operandi, che verrà in parte mantenuto anche dopo la nascita dello Stato Islamico, si basa sulla creazione di un clima di terrore attraverso esecuzioni quotidiane, rapimenti e sparizioni, volti a creare paura nelle popolazioni locali e a cancellare qualsiasi tentativo di opposizione.[14] Anche rispetto agli altri gruppi di insorti – con alcuni dei quali ISIS aveva precedentemente collaborato – viene adottato un approccio aggressivo e brutale basato sul concetto del “con noi o contro di noi”.[15]

Il successo di questa strategia adottata da ISIS, culminata nella proclamazione del Califfato il 29 giugno 2014, con al-Baghdadi in veste di califfo, fu collegato a più elementi: la capacità della sua leadership di sfruttare la guerra civile in Siria e le divisioni settarie in Iraq – che non saranno però trattate in questa sede – e punti di forza propri del gruppo in quanto tale. Tra questi, non solo la struttura coesa e centralizzata e un’efficace e coerente strategia operativa, ma anche la crescente capacità di attrazione e l’elevato grado di autofinanziamento.

Relativamente all’ottenimento di consenso e all’attrazione, possiamo distinguere tra quella di combattenti individuali e quella esercitata nei confronti delle popolazioni locali.

Durante il periodo 2010-2014 si può osservare una significativa capacità di ISIS di attrarre combattenti nelle proprie fila. Questa capacità, soprattutto per quanto riguarda l’attrazione di giovani occidentali radicalizzati nei paesi di origine attraverso Internet e in particolare i social networks, sarà ancora più significativa dopo l’instaurazione del Califfato, quando ISIS emerge a livello internazionale in tutto il suo successo e la sua brutalità, e arriva a ottenere quella forza attrattiva nell’universo jihadista che subito dopo il 2001 aveva avuto Al Qaeda.

Se l’attrazione di giovani musulmani occidentali, iniziata già nell’estate del 2012[16], è però caratteristica più evidente a partire dal 2014, è invece fin dagli inizi rilevante la capacità di ISIS di attrarre nei propri ranghi combattenti del mondo islamico, spesso sottraendoli ad altri gruppi – come è nel caso di moltissimi jihadisti che alla fine del 2013 hanno abbandonato al-Nusra e si sono uniti ad al-Baghdadi.[17] È attraverso l’immagine di potere e successo che ISIS proietta all’esterno che, ancora prima della creazione del Califfato, combattenti musulmani di tutta la regione – non solo Iraq e Siria ma anche Arabia Saudita, Turchia, Libano, Giordania, Paesi del Golfo – sono confluiti nel gruppo, da molti considerato ora emblema stesso del jihad.

Relativamente al rapporto con la popolazione locale, invece, l’approccio di ISIS è nel primo momento volto a evitare gli errori di al-Zarqawi: colpire targets governativi e minimizzare il coinvolgimento dei civili per evitare l’alienazione che aveva portato AQI al declino.

Addirittura, agli inizi dell’intervento in Siria ISIS collaborava con al-Nusra nel fornire servizi di supporto alla popolazione, provata dalla scarsità di cibo[18]. Anche attraverso la creazione dei dawha offices, ISIS puntava a penetrare all’interno delle città e dei villaggi in modo pacifico, presentando i propri membri come coinvolti in opere assistenziali.

È nel passare dalla fase dell’inserimento a quella dell’occupazione e del controllo che il rapporto con la popolazione è mantenuto secondo una tattica diversa: diffondere il terrore colpendo coloro che si oppongono per evitare insurrezioni e proteste e ottenere il supporto dei locali. È a questo rispetto emblematica l’esperienza a Raqqa: dopo l’occupazione della città nel marzo 2013, ISIS ha punito con auto bombe, rapimenti e uccisioni quanti facessero parte di gruppi di opposizione, fino ad ottenere una popolazione soggiogata e passiva e un giuramento di fedeltà (trasmesso via video perché servisse da esempio) da parte dei 14 capi dei più importanti clan.[19]

Ciononostante, l’attrazione esercitata da ISIS sui gruppi tribali e sulla popolazione sunnita non è stata limitata all’uso del terrore: soprattutto in Iraq, infatti, ISIS è riuscito a sfruttare il risentimento della comunità sunnita nei confronti del governo di Baghdad, per l’esclusione e discriminazione alla quale l’aveva condannata, e a presentarsi così come migliore alternativa possibile per i sunniti.

A questo rispetto è importante sottolineare la convergenza in ISIS di molti ex sostenitori di Saddam, esclusi dal potere politico e militare, e privi di alternative altrettanto attraenti come la possibilità che ISIS sembrava offrire loro di recuperare il vecchio potere. Molti di costoro avevano importanti legami con le tribù sunnite locali e favorirono l’innescarsi di un circolo per ISIS virtuoso, per cui più attraeva ex membri dell’esercito iracheno e tribù locali e più ne riusciva ad attrarre di nuove.[20] Non solo uso del terrore, quindi, ma anche ottenimento di consenso tramite un programma politico preciso e concreto, capace di presentarsi come migliore soluzione alle popolazioni siriane e irachene.

Rispetto al finanziamento, che verrà approfondito nel prossimo paragrafo, è importante sottolineare la capacità di ISIS di sfruttare fin dall’inizio le risorse dei territori occupati. Nei documenti redatti di Haji Bakr, infatti, emerge come ogni struttura che potesse essere fonte di reddito, come impianti industriali, silo di grano, fattorie, generatori, pozzi petroliferi… sarebbe dovuta passare – tramite pretesti o uso della forza – sotto il diretto controllo di ISIS.[21] Emblematica a questo rispetto è la presa di Mosul, che ha consentito a ISIS di entrare in possesso dei depositi militari a Nord, di ottenere gli oltre 450 milioni di dollari depositati nelle banche della città, nonché il controllo su aree petrolifere cruciali. Esperienze non dissimili da quella di Mosul hanno interessato città come Raqqa, Erbil e Tikrit. A questo si aggiungono anche vere e proprie espropriazioni nei confronti della popolazione (soprattutto la componente non sunnita), privata delle proprie fonti di reddito o comunque costretta a condividerle con ISIS. Sempre guardando al caso di Mosul, qui ISIS ha ottenuto il controllo di negozi e appartamenti dai quali ottiene entrate mensili.[22]

Come prevedibile, l’instaurazione del Califfato ha rafforzato il controllo di ISIS sui territori occupati a partire dal 2012 e di conseguenza ha aumentato e diversificato le sue fonti di reddito, e ha aumentato la capacità del gruppo di autofinanziarsi. Questo è elemento chiave per mantenere il controllo sul Califfato e per cancellare la dipendenza dalle donazioni dall’esterno, che invece erano state la fonte di reddito centrale – anche se non esclusiva – per Al Qaeda.

Le risorse finanziare principali alle quali ISIS si appella per sostenersi, essendo risorse alle quali ha accesso grazie al suo essersi espanso fino a proclamarsi entità statale, saranno trattate con maggior dettaglio nel prossimo paragrafo, dedicato all’esperienza del Califfato; e sarà in particolare sottolineato, attraverso il confronto con Al Qaeda, come ciò sia centrale punto di forza per il mantenimento del controllo.

 

  1. ISIS dalla proclamazione del Califfato ad oggi

 

Il 29 maggio 2014, quella che era stata l’aspirazione ultima di pressoché ogni gruppo jihadista, ma a cui nessuno era mai riuscito ad avvicinarsi in modo credibile, trova compimento con la proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi. In quello stesso giorno ISIS annuncia il cambiamento del suo nome in IS (Islamic State). Oltre che svolta per ISIS, è svolta che coinvolge l’intera galassia jihadista e fa emergere a livello internazionale un volto nuovo del terrorismo salafita-jihadista e la conseguente necessità di confrontarsi con una nuova realtà. Con il passaggio da gruppo terroristico a Califfato, si osservano necessari e profondi cambiamenti interni al gruppo, alla sua organizzazione e alla sua strategia. Raggiunto l’obiettivo che aveva guidato l’azione di ISIS dal 2010 al 2014, ora l’obiettivo è il mantenimento e l’espansione dello Stato Islamico.

Per mantenere il controllo diretto sullo Stato, renderlo coeso e stabile, è necessaria un’organizzazione specifica e dettagliata, che parte dalla centralizzazione già realizzata prima del 2012 adattandola però alle necessità del nuovo Stato. La struttura di cui ISIS si dota dopo l’instaurazione del Califfato a cavallo di Siria e Iraq è una struttura fortemente centralizzata, che Haji Bakr aveva già abbozzato nel 2012 e che nel 2014 giunge a compimento. Al vertice della struttura piramidale c’è Abu Bakr al-Baghdadi, prima emiro e ora califfo. Secondo molti è egli il principale decision maker, colui a cui spetta l’ultima parola su ogni questione e a cui tutte le informazioni provenienti dalla base devono essere ricondotte. Ciononostante, per mantenere il controllo su un territorio significativamente vasto, sono stati creati più livelli di amministrazione, e un ruolo importante è svolto dai due vice di al-Baghdadi: al-Turkmeni, che è il vice in Iraq, e al-Anbari, che è il vice in Siria. Al-Baghdadi, al-Turkmeni e al-Anbari costituiscono quello che è definito al-Imara, ossia il livello esecutivo vero e proprio.

La suddivisione del governo nella branca irachena e in quella siriana si è rivelata una scelta ben calcolata al fine di meglio gestire territorio, risorse e popolazione. Al-Turkmeni e al-Anbari, infatti, trasferiscono gli ordini ai vari governatori delle provincie in Iraq e Siria e questi a loro volta li trasmettono ai consigli locali. Al di sotto di al-Imara, la struttura piramidale è composta da:

– il Consiglio Militare, formato da tre membri direttamente nominati da al-Baghdadi, incaricati di pianificare e supervisionare ogni attività militare;

– il Shura Council, composto da 9-11 membri che supervisionano gli affari di Stato e soprattutto si assicurano che in tutto il territorio sia rigidamente rispettata la versione della sharia promossa da ISIS;

– il Consiglio Finanziario, che si occupa delle armi e della vendita del petrolio;

– il Consiglio Giudiziario, che amministra la legge conducendo processi e stabilendo le pene, e che si occupa del reclutamento;

– il Consiglio della Leadership, che redige leggi e stabilisce le politiche chiave;

– il Consiglio per l’assistenza ai combattenti, che si occupa soprattutto del supporto ai foreign fighters;

– il Consiglio della sicurezza, che è responsabile della sicurezza del califfo e deve inoltre implementare gli ordini e le decisioni giudiziarie;

– il Consiglio per la pubblica informazione, che diffonde il messaggio di ISIS ed è incaricato dell’uso di Internet a scopi divulgativi e reclutativi e della redazione di “Dabiq”, rivista ufficiale dello Stato Islamico.

– il Consiglio di Intelligence.[23]

Quest’ultimo, in base ai documenti redatti da Haji Bakr e resi noti da Spiegel Online International, prevede due livelli: quello regionale e quello distrettuale. A livello regionale c’è al vertice un emiro incaricato dei servizi segreti della regione assegnatagli. Sotto di lui operano due vice; un capo dei servizi segreti; un formatore degli agenti segreti, nonché loro diretto superiore; un dipartimento di sicurezza e sorveglianza, in cui opera anche un giudice incaricato di applicare la sharia. A livello distrettuale c’è al vertice un emiro, che è subordinato all’emiro regionale. Sotto di lui operano un vice; un responsabile dell’apparato tecnologico; un responsabile delle armi; un capo delle cellule dell’intelligence; un ufficiale incaricato dell’aspetto economico; un responsabile delle prigioni e degli interrogatori (che dovrebbe essere un giudice della sharia); un responsabile e formatore dei giudici della sharia; un giudice della sharia operante nel dipartimento di sicurezza distrettuale. Ci sono un poi un rappresentante della divisione dei servizi di sicurezza distrettuali; un rappresentante delle cellule che si occupano delle proprietà e delle risorse economiche; e infine un rappresentante delle cellule incaricate dei servizi segreti e delle informazioni.[24]

Relativamente alla struttura organizzativa del gruppo e alle istituzioni create per facilitare il governo dei territori, ISIS ha girato e diffuso un video dal titolo A State, not a group, nel quale elenca le 16 strutture di tipo statale di cui si è dotato dal giugno 2014, che vanno dalla sanità pubblica alla protezione dei consumatori.[25]

Anche la base della piramide organizzativa dello Stato Islamico, lontana dall’essere un raggruppamento confuso di combattenti semplicemente divisi in unità di combattimento, è organizzata in modo coerente in tre livelli:

– il primo livello, quello più ristretto e importante, è rappresentato da combattenti di spicco, abili e ciecamente fedeli alla causa dello Stato Islamico, alcuni dei quali legati al gruppo fin dai tempi di al-Zarqawi. In questo primo livello, peraltro, c’è un numero significativo di foreign fighters;

– il secondo livello è costituito da migliaia di combattenti di più recente affiliazione. Importante tra di loro è la presenza di locali, che si sono dimostrati particolarmente utili per le loro conoscenze del territorio, degli equilibri locali e per i loro contatti con i gruppi tribali di Siria e Iraq e più in generale con la comunità sunnita dei territori occupati;

– il terzo livello, che è quello più esterno e precario, è composto da recentissimi affiliati e gruppi esterni a ISIS (sia gruppi di insorti sia gruppi tribali). Il supporto dato allo Stato Islamico dai membri di questo ultimo livello è legato a due ragioni principali: volontà di sfruttare il successo del gruppo e/o timore delle conseguenze di un rifiuto di associazione.[26]

Con la proclamazione nel giugno 2014 del Califfato, e quindi la realizzazione dell’obiettivo su cui ISIS aveva fino a quel momento strutturato la propria azione, le esigenze del gruppo cambiano. Si tratta infatti ora di perseguire un duplice obiettivo: mantenimento dello Stato Islamico, necessario per garantirne la credibilità, e sua espansione. Dal 29 giugno 2014 ci troviamo a confrontarci con una nuova entità che ha nuovi obiettivi e, conseguentemente, un nuovo modus operandi.

Per tenere legata a sé la popolazione dei territori occupati ed evitare che nascano al loro interno movimenti di opposizione che rischierebbero di far perdere territori al Califfato, e che comunque, anche se repressi, danneggerebbero l’immagine che al-Baghdadi sta cercando di proiettare all’esterno, ISIS adotta una duplice strategia fatta di brutalità e impegno per la popolazione.

Da un lato, allora, c’è il proseguimento di quella strategia del terrore che già era stata adottata nella fase di espansione e conquista: esecuzioni individuali condotte nei modi più brutali e disumani, che vanno dalla decapitazione alla crocifissione, dalla fucilazione alla condanna al rogo; esecuzioni collettive di gruppi religiosi giudicati infedeli come Sciiti, Cristiani e Yazidi; rapimenti e decapitazioni. Dall’altro lato, però, ISIS si è mostrato consapevole di come il terrore possa essere un’arma a doppio taglio e ha accompagnato all’imposizione di una rigidissima interpretazione della sharia (tale per cui le donne non possono uscire da sole e devono coprirsi interamente capo e volto, la vendita e il consumo di alcol sono vietate così come quella di sigarette, la preghiera cinque volte al giorno è obbligatoria…) la fornitura di servizi alla popolazione, mostrando il suo pragmatismo nel governo del Califfato e mostrando come al-Baghdadi abbia una visione moderna di Stato.[27] In questo emerge chiaramente la distanza tra al-Baghdadi e bin Laden, che non ha mai avuto un progetto politico concreto che andasse oltre la volontà di imporre la sharia, né idee chiare in materia di governo, abbracciando così un’ideologia puramente religiosa estranea al concetto moderno di Stato.[28]

All’interno delle città conquistate pressoché ogni istituto e pubblico servizio è controllato direttamente dal gruppo, che è attivamente impegnato in ogni tipo di attività. I membri dell’ISIS hanno infatti sistemato strade, organizzato mense per la distribuzione del cibo a cittadini spesso stremati e senza mezzi di sussistenza, garantito spesso l’accesso per tutto l’arco della giornata all’elettricità, stabilito un’efficace rete per le telecomunicazioni, calmierato i prezzi dei prodotti di prima necessità[29]. Altri programmi sociali di importanza cruciale per l’ottenimento di consenso da parte della popolazione sono l’istituzione di suq per favorire lo scambio di beni, la creazione di sistemi di trasporto che collegano le città del Califfato, l’installazione di officine, l’abbellimento delle città, la creazione di uffici postali e uffici per la raccolta e distribuzione dell’elemosina (zakat), l’apertura di scuole (sebbene esclusivamente destinate all’apprendimento del Corano), la creazione di parchi giochi e strutture per bambini, la gestione di panifici, la creazione di istituzioni a sostegno degli orfani per trovare loro famiglie che possano accoglierli, la conduzione di campagne per la vaccinazione contro la polio. L’ordine e la legge sono inoltre garantiti attraverso un pattugliamento costante delle città da parte di poliziotti e un rigido sistema di punizione dei criminali, attraverso Corti Islamiche, la cui brutalità è tollerata dalla popolazione in virtù della sicurezza che garantiscono.[30]

Tutti questi compiti, e la gestione delle istituzioni ad essi connesse, sono stati affidati a membri del gruppo detti wali, che sono esclusivamente assegnati a funzioni amministrative ed esclusi dalle azioni militari. A ognuno di costoro è affidata una provincia (dette appunto waliyes); e questa suddivisione del territorio in regioni amministrative, e la suddivisione di ogni regione in province, mostra la capacità di ISIS di organizzare una divisione coerente e pratica del territorio e delle funzioni al suo interno, senza che questo si traduca in una pericolosa decentralizzazione.[31]

Per cercare di espandere i territori sotto il proprio controllo e difendere quelli già occupati dagli attacchi nemici, invece, ISIS ricorre prevalentemente alla forza militare. In particolare, tra le tattiche chiave della strategia di ISIS, ci sono l’uso di bulldozer per bloccare strade chiave e ostacolare i movimenti dei gruppi rivali, delle forze dell’esercito iracheno e dei peshmerga kurdi; il collocamento di bombe lungo le strade principali; la distruzione di strade e ponti; l’inondazione di terreni; l’uso di artiglieria pesante; combattimenti in campo aperto tra truppe; attentati suicidi e uso di IED; imboscate.[32]

La forza di ISIS/IS, allora, nasce dalla sua capacità di conquistare e governare, di mantenere i territori conquistati e di espandersi in aree confinanti. Tuttavia, oltre a forza militare e governo effettivo a sostegno della popolazione, è da sottolineare, tra i punti di forza, la crescita esponenziale dell’attrazione che ISIS esercita su musulmani provenienti dal resto del mondo.

Superando l’attrazione esercitata dalla stessa Al Qaeda nel periodo di massimo spicco dopo il 2001, ISIS è ora diventato per giovani musulmani radicali in tutto il mondo sinonimo di jihad, di un jihad che ha successo e che riscatta l’Islam dalle umiliazioni subite. È infatti questa retorica un importantissimo strumento nelle mani di ISIS, che nel diffondere il proprio messaggio unisce all’ideologia religiosa il lustro del successo e del potere che nessun gruppo jihadista aveva prima raggiunto.

Fin dagli inizi della sua espansione pre-2014, un elemento importante dell’attività propagandistica di ISIS fu l’utilizzo della tecnologia informatica. Mentre Al Qaeda, come visto, si serviva di Internet per lo più per diffondere sermoni e lunghi video dal contenuto religioso, ISIS, riprendendo e migliorando quello che AQI già aveva iniziato a fare con al al-Zarqawi, punta su immagini e video dal contenuto brutale che mostrino al nemico la propria invincibilità e ai simpatizzanti il proprio inarrestabile successo, del quale sono invitati a prendere parte. Le maggiori violenze di cui ISIS si è macchiato (torture, decapitazioni, esecuzioni di massa…) sono sempre state trasmesse in rete e hanno fatto il giro del mondo, mostrandosi utili agli scopi reclutativi di ISIS.[33]

Se l’attrazione di musulmani provenienti da ogni angolo del Medio Oriente è sempre stata una caratteristica dei più importanti gruppi e organizzazioni jihadiste (come Al Qaeda e AQI nella prima fase dimostrano) l’attrazione di musulmani dal mondo occidentale, nati o quantomeno cresciuti in società democratiche, aperte e tolleranti è un fenomeno che con ISIS, soprattutto dopo la proclamazione del Califfato, acquista una portata nuova e contribuisce a rafforzare la minaccia da esso rappresentata.

Nonostante l’impossibilità di avere accesso a dati accurati, sembra che nell’autunno del 2014 circa 20.000 combattenti stranieri fossero presenti in Medio Oriente, di cui 3.000 occidentali.[34] Secondo quanto stimato da Charles Lister in un’intervista del 23 agosto 2014 per Spiegel Online International, ISIS conterebbe tra i suoi ranghi tra i 2.000 e i 3.000 combattenti europei e in totale più di 20.000 mujahideen, dimostrandosi così il gruppo con la massima capacità di attrazione mai raggiunta.

Attraverso un uso efficace di social networks quali Facebook e Twitter e la capacità di diffusione in rete dei propri video dal contenuto cruento, ISIS appare agli occhi di giovani musulmani in tutto il mondo come l’unico gruppo capace di difendere e rafforzare l’Islam; contrapposta in questo ad un’Al Qaeda che ai loro occhi è ormai confinata nel secondo piano dell’universo jihadista, che si nutre di ideologie, sermoni e fatwa ma non di azione, conquista ed espansione.

Secondo quanto detto da un combattente siriano a Loretta Napoleoni durante un’intervista del 10 agosto 2014, i giovani provenienti in Iraq e Siria dall’estero, senza alcuna esperienza di guerra e spesso senza saper neppure usare le armi di base, vedono in ISIS il gruppo che più di ogni altro potrà dar loro un solido addestramento e scelgono pertanto di aggregarsi ad esso.

È utile sottolineare in questo senso le due principali capacità di ISIS: far confluire verso i propri ranghi giovani radicali, sottraendoli ad altri gruppi jihadisti, attraverso “mediatori” operanti tra Medio Oriente ed Europa che mettono questi giovani in contatto con il gruppo[35]; e radicalizzare giovani musulmani on-line attraverso propri siti web e chat room, ma anche attraverso DVD, CD e riviste (come Dabiq). Interessante è inoltre come questa radicalizzazione messa in atto da ISIS attraverso Internet stia coinvolgendo un numero crescente di giovani donne, che aspirano a combattere loro stesse o a diventare mogli di mujahideen che conoscono online e che le aiutano ad organizzare il viaggio verso la Siria e l’Iraq.[36]

Nonostante l’ideologia radicale di ISIS sia stata criticata e giudicata anti-islamica da numerosi imam e accademici islamici di tutto il mondo (tra cui Abu Qatada al-Filistini, Abu Basir al-Tartusi e Abu Muhammad al-Maqdisi)[37] per molti giovani con una conoscenza limitata del Corano e del significato che in esso ha il jihad, ISIS rappresenta l’espressione del potere che l’Islam può raggiungere.

Per quanto concerne invece l’attrazione presso la popolazione locale, ISIS ha avuto successo anche in questo ambito, grazie a una duplice strategia: presentarsi, come abbiamo visto, fin dall’inizio della sua attività come l’unica alternativa ai sunniti di Siria e Iraq – soprattutto per coloro che con la caduta di Saddam e il governo di al Maliki avevano perso tutto[38] – e, una volta creato il Califfato, coinvolgere le tribù nel proprio progetto statuale, nella sua amministrazione, e nella gestione delle attività finanziarie per sostenerlo (collaborando ad esempio nell’estrazione e nel trasporto di petrolio lungo linee di contrabbando da decenni gestite da gruppi tribali locali). Così facendo, ossia trattando la popolazione sunnita dei territori del Califfato non come popolazione conquistata ma come popolazione attivamente partecipe alla crescita del nuovo Stato, ISIS ha prevenuto ogni opposizione locale e conosciuto una crescita significativa in termini di militanza senza dover ricorrere all’uso del terrore, destinato ai soli oppositori.[39]

Rilevante, dopo l’instaurazione del Califfato, è anche la capacità di ISIS di attrarre a sé gruppi jihadisti operanti in Medio Oriente e Africa (come Boko Haram in Nigeria), che hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi; sebbene a questo rispetto sia da notare che Al Qaeda rimane l’organizzazione che comprende il più ampio numero di gruppi sotto il proprio ombrello, avendo l’ideologia di ISIS e il Califfato come pensato e interpretato da al-Baghdadi suscitato molte opposizioni e critiche all’interno dello stesso mondo jihadista.

Altro punto di forza del Califfato è l’aspetto dell’autofinanziamento, possibile grazie alla conquista di territori. Al Qaeda, in ognuna delle tre fasi della sua storia, si è sempre trovata ad operare all’interno di territori stranieri (Sudan, Afghanistan, area tra Pakistan e Afghanistan) sui quali però non ha mai esercitato un vero e proprio controllo, e questo l’ha privata della possibilità di sfruttarne le risorse. Sia in Sudan sia in Afghanistan, Al Qaeda doveva sostenere dei costi fissi per potere utilizzare quei territori come basi operative e sostenere poi dei costi marginali per condurre i propri attacchi all’estero, finanziandoli attraverso un mix fatto dal patrimonio personale di bin Laden, attività illecite (come visto localizzate per lo più in Africa) e donazioni da individui e organizzazioni musulmane.

Diversamente, ISIS ha conquistato un territorio, fondato su di esso il proprio Stato e stabilizzato un certo controllo sulle zone occupate. Non è “ospite” in uno Stato straniero ma è Stato esso stesso, non sostiene costi fissi per operare in certi territori ma possiede i territori sui quali e dai quali opera. È questo elemento del possesso a creare una situazione radicalmente diversa da quella di Al Qaeda e a dare al gruppo di al-Baghdadi possibilità di finanziamento autonomo che rappresentano un considerevole elemento di forza, in quanto cancellano quasi totalmente la dipendenza da donazioni esterne, così come i rischi e i problemi che il trasferimento internazionale di denaro comporta.

Fin dall’inizio della propria attività espansiva, ISIS ha puntato, come erano state le indicazioni di Haji Bakr, a occupare zone chiave ricche di risorse e soprattutto a impossessarsi di ogni fonte di reddito. Secondo alcuni (Amanda Macias, Jeremy Bender, Janine Davidson, Emerson Brookings) le risorse a cui ISIS ha accesso grazie alle sue conquiste territoriali ne fanno oggi il gruppo terroristico più ricco in circolazione.

Tra le principali fonti di finanziamento alle quali ISIS ha accesso, ad essere oggetto di particolare attenzione sono i giacimenti petroliferi. In Siria, controlla il 60% delle risorse petrolifere del paese e in Iraq controlla circa 300 pozzi petroliferi, e, nonostante la difficoltà nell’ottenere dati esatti, le stime parlano di una cifra variabile tra 1 e 3 milioni $ al giorno che ISIS ricaverebbe dalla vendita di petrolio. Secondo Luay al-Khatteeb, fondatore dell’Iraq Energy Institute, ISIS ha infatti la possibilità di contrabbandare 30.000 barili di petrolio grezzo al giorno in paesi e territori vicini – soprattutto verso la Turchia – ad un prezzo per barile che varia dai 25 ai 60$, in base al numero di intermediari coinvolti.[40]

Tra le altre risorse naturali dalle quali ISIS ricava parte del proprio finanziamento, ci sono inoltre prodotti agricoli, tra cui soprattutto frumento, e acqua. L’espansione di ISIS in Iraq, infatti, ha consentito al gruppo di impossessarsi di terreni coltivabili, tanto che ora ampie porzioni delle cinque provincie più fertili dell’Iraq sono sotto il suo controllo. A questi si aggiungono i silos di grano che ISIS ha razziato nel nord dell’Iraq, contenenti tra le 40.000 e le 50.000 tonnellate di grano del quale molto è stato trasportato in Siria per la produzione di farina e per la rivendita[41]. Altrettanto importante è il controllo delle risorse idriche e delle centrali di energia idroelettrica. Tra queste vi è la diga di Tabqa, fuori dalla città di Raqqa, che Ariel I. Ahram ha indicato come una fonte di ricchezza non irrilevante del gruppo.[42]

Al controllo di queste risorse naturali si devono poi aggiungere altre fonti, non secondarie, di reddito. Una di queste è data dalle tasse che devono essere pagate al gruppo da coloro che gestiscono attività commerciali e soprattutto dai non musulmani, per i quali è obbligatorio il pagamento della cosiddetta jizya.[43] Secondo quanto pubblicato nel New York Times il 30 giugno 2014 da Ben Hubbard, la Raqqa’s Credit Bank è diventata l’istituzione destinata alla raccolta delle tasse, alla quale i negozianti devono versare 20$ ogni due mesi.

Una parte non indifferente della ricchezza del gruppo è poi collegata all’espropriazione e all’appropriazione indebita dei beni di quanti sono fuggiti dalle città occupate, ottenendo così, secondo Die Zeit[44], milioni di dollari.

Altra risorsa è data dai rapimenti con riscatto, che interessano soprattutto stranieri che ISIS rapisce per ottenere denaro in cambio della loro liberazione (nel 2014 ISIS avrebbe ricavato in questo modo una cifra intorno ai 25 milioni di dollari)[45] o, nel caso di paesi che abbiano una politica che non prevede il pagamento di riscatti, per farsi pubblicità su Internet pubblicando i video delle loro brutali esecuzioni.[46] Oltre a questi, ci sono anche i rapimenti con richiesta di riscatto dei locali, per i quali le cifre chieste sono più contenute e vanno dai 500 $ fino ad alcune migliaia di dollari, secondo quanto riportato da Zeit Online[47] e Newsweek[48].

Sempre più diffuso è poi il saccheggio di siti archeologici, musei, chiese e moschee, le cui opere d’arte sono rivendute dal gruppo sul mercato nero, principalmente in Turchia e Giordania, da dove poi sono trasferite verso l’Europa e l’Asia. In base a quanto riportato da Newsweek[49], un terzo dei 12.000 siti archeologici dell’Iraq è ora nelle mani di ISIS; e si tratta di ricchezze tali che potrebbero ora costituire la seconda fonte di reddito del gruppo.

Queste risorse finanziarie, che, secondo quanto stimato da Colin Clarke della RAND Corporation, Al Qaeda non ha mai avuto neppure al suo apice, consentono a ISIS di pagare i combattenti; di pagare esperti perché gestiscano le strutture di cui si impossessa (come la diga di Taqba); di creare quei programmi sociali che, come visto, sono uno dei maggiori strumenti di cui dispone per ottenere il consenso della popolazione che vive sul proprio territorio; e – più in generale – di sostenere tutte le spese collegate al funzionamento della propria macchina statale.

Inoltre, è da sottolineare che mentre Al Qaeda non solo viveva principalmente di denaro proveniente dall’esterno, ma trasferiva poi questo denaro all’estero per finanziare le proprie operazioni, ISIS, avendo controllo diretto sul territorio in cui agisce, è all’interno del suo Stato che genera finanziamenti ed è all’interno del suo Stato che li muove da un luogo all’altro con libertà e autonomia per sostenere il sistema.

 

Osservazioni Conclusive

 

Ripercorrendo l’ascesa di ISIS dal 2010 al 2014 e guardando al primo anno di vita del Califfato, possiamo individuare quelli che si sono rivelati i maggiori punti di forza del gruppo e che possono contribuire a spiegare come sia arrivato a raggiungere un successo che Al Qaeda non aveva quasi osato sperare.

A differenza di Al Qaeda, ISIS ha sempre avuto, come già era stato il caso di AQI, obiettivi locali: istituire uno Stato Islamico a cavallo di Siria e Iraq e, successivamente, mantenere e quando possibile espandere il Califfato. Per raggiungere l’obiettivo iniziale si è dotato di una struttura centralizzata, che è poi diventata ancor più coerente e coesa dopo il giugno 2014, quando la struttura piramidale prevista da Haji Bakr è stata adottata a tutti gli effetti. A questa struttura piramidale, peraltro, si è aggiunta una efficace suddivisione del territorio in governatorati e province, che rende possibile la gestione dall’alto senza che si crei dispersione e decentralizzazione.

Partendo da un obiettivo locale, ISIS ha adottato necessariamente una strategia diversa rispetto a quella di Al Qaeda, che colpiva il “nemico lontano”: dapprima è penetrata nei territori attraverso i dawha offices, ha poi stabilito un diretto controllo su di essi tramite la strategia del terrore, e infine, per mantenere il controllo su città e popolazione, ha abbracciato programmi di assistenza sociale. Quest’ultimo aspetto, inoltre, è funzionale all’ottenimento del consenso da parte della popolazione, così da evitare gli errori commessi da AQI nel periodo 2005-2010.

Rispetto al reclutamento, poi, l’uso di Internet riprende quello che era stato fatto da AQI perfezionandolo e utilizzando sia l’elemento ideologico-religioso sia la forza attrattiva del successo effettivamente riportato. Grazie a questo uso di Internet e di altri mezzi informatici, ISIS è riuscita ad esercitare un’attrazione probabilmente superiore a quella di Al Qaeda.

Infine, altro aspetto che merita di essere sottolineato nel tracciare i punti di forza di ISIS rispetto ad Al Qaeda, è quello del finanziamento: ISIS, controllando direttamente un certo territorio, può sfruttarne liberamente tutte le risorse. In questo modo è indipendente rispetto ai finanziamenti esterni, non deve affrontare la questione del rapporto tra costi fissi e costi marginali e non deve preoccuparsi del trasferimento internazionale di denaro.

 

[1] M. Knights, Back with a vengeance: al-Qaeda in Iraq rebounds, HIS Defense, Security & Risk Consulting, February 24, 2012

[2] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: al-Qaìida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 10

[3] L. Napoleoni, ISIS. Lo Stato del Terrore, Milano, Feltrinelli, 2014, pag. 33

[4] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[5] Ibidem

[6] Ibi.

[7] M. Knights, “ISIL’s Political-Military Power in Iraq”, CTC Sentinel, Vol. 7, No. 8, August 2014

[8] E’ questo l’acronimo che sarà utilizzato d’ora in poi per riferirsi al gruppo che da al-Zarqawi, attraverso al-Musri e Abu Omar al-Baghdadi, è giunto sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi e si è proclamato Califfato nel 2014

[9] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 13

[10] Ibi., pagg. 11-12

[11] M. Knights, The Resurgence of Al-Qaeda in Iraq, The Washington Institute for Near East Policy, 12 December 2013

[12] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[13] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 13

[14] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[15] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pagg. 13-14

[16] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[17] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 13

[18] Ibi. pag. 11

[19] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[20] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pagg. 16-17

[21] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[22] Ibidem

[23] Terrorism Research and Analyisis Consortium

[24] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015 December 2014

[25] O.B. Belli et al. “The Business of the Caliph”, Zeit Online, 4 December 2014

[26] A. Plebani, New (and Old) Patterns of jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 21

[27] J. Burke, “The Isis Leader’s Vision of the State is a Profoundly Contemporary One”, The Guardian, 24 August 2014

[28] L.Wright, Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 Settembre, Milano, Adelphi, 2007, pag. 303

[29] M. Karouny, “Life under ISIS: For residents of Raqqa is this really a caliphate worse than death?”, The Independent, 5 September 2014

[30] A. Zelin, “The Islamic State of Iraq and Syria Has a Consumer Protection Office”, The Atlantic, 13 June 2014

[31] M. Karouny, “Life under ISIS: For residents of Raqqa is this really a caliphate worse than death?”, The Independent, 5 September 2014

[32] M. Knights, “ISIL’s Political-Military Power in Iraq”, CTC Sentinel, Vol.7, No. 9, 24 August 2014

[33] L. Napoleoni, ISIS. Lo Stato del Terrore, Milano, Feltrinelli, 2014, pag. 18

[34] A. Plebani, New (and Old) Patterns of jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pag. 28

[35] Ibi., pag. 39

[36] Ibi., pag. 34

[37] Ibi., pag. 24

[38] Ibi., pag. 16

[39] L. Napoleoni, ISIS. Lo Stato del Terrore, Milano, Feltrinelli, 2014, pag. 47

[40] A. Macias and J. Bender, “Here’s How the World’s Richest Terrorist Group Makes Millions Every Day”, Business Insider, 27 August 2014

[41] C. Lister, intervista per Spiegel Online International, 23 August 2014

[42] A. I. Ahram, “Can ISIS overcome the insurgency resource curse?”, The Washington Post, 2 July 2014

[43] Ibidem

[44] O.B. Belli et al. “The Business of the Caliph”, Zeit Online, 4 December 2014

[45] Ibidem

[46] A. Macias and J. Bender, “Here’s How the World’s Richest Terrorist Group Makes Millions Every Day”, Business Insider, 27 August 2014

[47] O.B. Belli et al. “The Business of the Caliph”, Zeit Online, 4 December 2014

[48] J. Di Giovanni, L. McGrath Goodman and D. Sharkov, “How Does ISIS Fund Its Reign of Terror?”, Newsweek, 6 November 2014

[49] Ibidem.

 

 

Conclusioni

 

Ripercorrere la storia di Al Qaeda, Al Qaeda in Iraq (AQI) e ISIS consente di comprendere l’evoluzione del terrorismo jihadista nel periodo 2001-2014, con particolare attenzione alla questione di come sia stato possibile per il gruppo di Abu Bakr al-Baghdadi realizzare l’obiettivo di creare uno Stato Islamico nel cuore della regione mediorientale.  Partendo da Al Qaeda e passando attraverso l’esperienza di AQI, è possibile individuare le differenze che esistono tra il gruppo di bin Laden e quello di al-Baghdadi; analogamente, costruire l’analisi su queste differenze consente di fare luce sulle caratteristiche interne ai tre gruppi considerati, che possono contribuire a spiegare il successo dello Stato Islamico.

Rispetto alle quattro dimensioni d’analisi in base a cui il confronto tra Al Qaeda, AQI e ISIS è stato costruito si possono individuare le seguenti differenze tra i tre gruppi:

  1. Gli obiettivi e la modalità d’azione. Al Qaeda, durante le sue tre fasi di vita, si caratterizza per la permanenza di obiettivi universalistici e in parte astratti, basati su una lettura della realtà puramente ideologica e religiosa e non su un progetto politico concreto. Per l’organizzazione di bin Laden, il mondo è letto come intrinsecamente diviso in fedeli musulmani e infedeli, e sono questi ultimi il nemico che Al Qaeda deve colpire.[1] In particolare, come emerge con chiarezza dalla fatwa del 1996, a incarnare il nemico da combattere sono gli Stati Uniti, che non solo rappresentano l’intero Occidente infedele ma anche supportano quei regimi, come quello Saudita, che bin Laden giudica apostati. A partire da questa visione del mondo e da questa ideologia universalista, Al Qaeda ha abbracciato una guerra mirante e colpire gli Stati Uniti in Medio Oriente, per indurli ad abbandonare la regione, e, quando possibile, anche sul loro stesso territorio, per umiliarli e piegarli.

Nella prima fase in Sudan, Al Qaeda adotta una strategia fatta di attacchi ambiziosi, ma ancora operativamente limitati, che rivelano un iniziale divario tra il livello della pianificazione e quello operativo[2]. Nella seconda fase in Afghanistan, gli attacchi sono condotti ancora contro soft targets ma ora anche contro hard targets, grazie alle nuove possibilità offerte al gruppo dal supporto talebano e grazie alle nuove capacità tecnologiche raggiunte. Si tratta infatti di attacchi tecnologicamente sofisticati, pianificati spesso per anni nei minimi dettagli e perpetrati da mujahideen esperti, addestrati in Afghanistan e sostenuti dal gruppo in ogni fase di preparazione ed esecuzione dell’attacco[3]. Nella terza fase, Al Qaeda perde la capacità di condurre attacchi contro hard targets a causa della perdita del proprio safe haven in Afghanistan, a causa delle difficoltà finanziarie in seguito ai maggiori controlli internazionali, e a causa della dispersione del gruppo, che porta alla nascita della Nebula jihadista e rende più difficile un controllo centralizzato. In questa terza fase, allora, si tratta per lo più di attacchi contro soft targets, numerosi ma meno sofisticati a livello tecnologico, che ogni gruppo della Nebula pianifica in modo autonomo nel proprio scenario operativo[4].

Diversamente da Al Qaeda, AQI, operando all’interno di uno scenario operativo specifico come quello iracheno dei primi anni 2000, aggiunge agli obiettivi universalistici e astratti del gruppo di bin Laden obiettivi pragmatici, locali e concreti che si possono ricondurre all’obiettivo di creazione di uno Stato islamico in Iraq[5]. Per raggiungere questo obiettivo, AQI adotta una strategia fatta di attacchi contro le forze della coalizione, l’esercito iracheno e, dal 2005, anche contro la popolazione sciita irachena[6]. Viene quindi adottata dal gruppo un’agenda settaria e brutale, fatta di attentati contro civili attraverso IED, esecuzioni e attacchi sucidi, che verrà condannata dallo stesso nucleo qaidista. AQI non punta più come Al Qaeda a colpire il nemico lontano, ma a colpire il nemico vicino, inteso come tutti coloro che ostacolano il progetto di al-Zarqawi di Stato Islamico.

Questo obiettivo locale e realistico, permane anche dopo l’avvento di al-Baghdadi, quando il gruppo diventa ISIS. Unica differenza è che gli sviluppi del contesto regionale spingono ISIS a voler creare uno Stato Islamico nell’area sunnita a cavallo tra Siria e Iraq.

Superando gli errori di AQI, ISIS adotta un modus operandi fatto di graduale penetrazione attraverso i dawha offices e il reclutamento di spie locali, soggiogazione della popolazione, uso del terrore contro i dissidenti, conquista delle città e dei villaggi nei quali una prima presenza è stata istituita[7]. È attraverso questa strategia di conquista ed espansione, fatta in un primo momento di collaborazione con altri gruppi e poi di uso del terrore (sia contro altri gruppi sia contro individui) che ISIS perviene alla proclamazione del Califfato sui territori conquistati. Da questo momento, allora, l’obiettivo diventa il mantenimento e l’espansione del Califfato. Per fare ciò il gruppo adotta una duplice strategia fatta di uso del terrore contro nemici e oppositori da un lato, e fornitura di servizi alla popolazione, per ottenerne il consenso e il supporto dall’altro[8]; mentre per conquistare nuovi territori mantiene la strategia iniziale di conquista brutale ed espansione[9].

  1. L’organizzazione del gruppo. A questo rispetto è utile riassumere i principali cambiamenti che, come abbiamo visto, Al Qaeda ha subito nel corso della sua storia. Nel periodo che va dalla nascita al 1996 il gruppo è ancora di dimensioni modeste, formato da bin Laden e alcuni fedeli mujahideen al quale sono legati fin dai tempi della guerra in Afghanistan[10]. Nella fase successiva, 1996-2001, invece, Al Qaeda vede crescere sempre più la propria dimensione grazie alla continua attrazione di nuove reclute nei campi di addestramento gestiti in Afghanistan e si dota di una struttura centralizzata e coerente, composta da bin Laden, il suo vice, un comitato esecutivo e quattro comitati operativi, e, al di sotto di essa, i combattenti e i fedeli ad Al Qaeda, alla sua ideologia e al suo programma[11]. È questa organizzazione coesa del gruppo a rendere possibile una pianificazione degli attacchi centralizzata in questa seconda fase. Dopo il 2001, invece, Al Qaeda perde la base sicura in Afghanistan e questo si traduce in una frammentazione del gruppo, tale per cui il nucleo originario è rimasto coeso, ma i livelli inferiori si sono frammentati e dispersi con la nascita di più gruppi jihadisti, che hanno un collegamento più o meno stretto con il nucleo di bin Laden e al-Zawahiri[12]. Ciò ha comportato il mantenimento di una significativa coesione ideologica, ma una considerevole dispersione a livello operativo.

Per quanto riguarda AQI, qui è da sottolineare nella prima fase un significativo grado di centralizzazione, essendo il gruppo strutturato attorno alla figura del leader e fondatore al-Zarqawi[13]. Nella seconda fase, invece, morto il leader carismatico, si ha una dispersione e un’eccessiva burocratizzazione che rende gli attacchi non più coordinati e difficili le comunicazioni a livello di leadership[14], con gruppi di combattenti che agiscono in modo sempre più indipendente nelle diverse province dell’Iraq in cui il gruppo è presente. Le difficoltà e contraddizioni emerse con questa dispersione sono ben note ad al-Baghdadi, che ha infatti, fin dagli inizi, provveduto a dotare il gruppo di una struttura centralizzata e coesa, che favorisse le comunicazioni a livello di leadership. Tale struttura si è rivelata fondamentale nel processo che ha portato alla creazione del Califfato, perché ha reso possibile un’azione coerente nei due scenari operativi del gruppo (Siria e Iraq).

Dopo la proclamazione del Califfato tale centralizzazione e organizzazione piramidale è stata rafforzata e migliorata, con la suddivisione dei ruoli a livello di leadership, all’interno di ogni organo e istituto (come è l’esempio del servizio di intelligence che è stato proposto nel terzo capitolo), e a livello di combattenti[15]. È pertanto emersa una struttura perfettamente piramidale, per cui al vertice c’è al-Imara, formato da al-Baghdadi e dai suoi due vice, uno in Siria e uno in Iraq; al di sotto di al-Imara operano una serie di Consigli amministrativi, ognuno con funzioni specifiche; alla base della piramide ci sono i combattenti[16].  Sia prima, e ancor di più dopo essersi proclamato Stato, ISIS si dota allora di un’efficiente struttura rigida e gerarchia che Al Qaeda ha avuto solo per un quinquennio (1996-2001) e che risulta agli antipodi rispetto all’immagine della Nebula jihadista.

  1. La modalità di finanziamento. Al Qaeda è sempre stata per lo più dipendente dal patrimonio personale di bin Laden, dal coinvolgimento in attività criminali in Africa e Afghanistan (nello specifico, traffico di diamanti e traffico di oppiacei), e soprattutto da donazioni provenienti da individui e organizzazioni del mondo islamico-radicale[17]. Per il gruppo di bin Laden, inoltre, c’è sempre stata la questione del rapporto tra costi fissi e costi marginali: per poter godere di un rifugio sicuro in Sudan e Afghanistan, doveva sostenere dei costi fissi, dati dalla somma versata ogni anno a governo sudanese prima e ai Talebani poi; mentre i costi marginali erano dati dalle spese sostenute per condurre ogni singolo attacco. Nella prima e soprattutto nella seconda fase i costi fissi consentivano ad Al Qaeda di avere un safe haven nel quale addestrare le proprie reclute e dal quale pianificare i propri attacchi, e questo rendeva contenuti i costi marginali. Con la perdita del safe haven, invece, sono stati pressoché azzerati i costi fissi, mentre sono aumentati i costi marginali per ogni attacco, il che è altro elemento che contribuisce a spiegare le nuove difficoltà per Al Qaeda nel condurre gli attacchi contro gli hard targets propri della seconda fase[18]. Altro elemento, poi, è dato dal trasferimento di denaro: operando da un territorio verso l’esterno Al Qaeda doveva trovare modi per trasferire denaro a livello internazionale[19].

Diversamente da Al Qaeda, AQI operava all’interno di un singolo paese, l’Iraq, e non doveva sostenere nessun tipo di costo fisso per poter mantenere la propria presenza in quello scenario. Unici costi per AQI erano quelli dei singoli attacchi, che venivano finanziati attraverso le donazioni date al gruppo dalle nuove reclute[20] ma soprattutto attraverso lo sfruttamento delle risorse delle province sulle quali AQI era riuscito a stabilire una certa presenza e collaborazione con i locali, come a Mosul e nella pianura del Niniveh, dove il gruppo di al-Zarqawi si dedicava principalmente al contrabbando, ai furti e ai saccheggi, ottenendo un certo grado di autofinanziamento[21].

L’elemento dell’autofinanziamento, e quindi dell’indipendenza finanziaria, diventa ancora più significativo con ISIS che fin dagli inizi della propria espansione e conquista ha cercato di appropriarsi delle principali fonti di reddito dei territori occupati[22]. Soprattutto dopo la proclamazione del Califfato ha visto aumentate le proprie fonti di reddito, che vanno dal contrabbando di petrolio, allo sfruttamento di risorse quali acqua e frumento, al saccheggio di opere archeologiche poi vendute sul mercato nero, alla richiesta di tasse alla popolazione e in particolare agli infedeli, ai rapimenti per riscatto[23]. Questo dà al gruppo la possibilità di generare direttamente all’interno del Califfato, i finanziamenti di cui ha bisogno per mantenere il proprio Stato e fornire servizi alla popolazione. In questo modo ISIS, come già aveva iniziato a fare AQI, ha significativamente ridotto la dipendenza finanziaria da donazioni esterne e realizzato una propria indipendenza finanziaria dotata di una certa stabilità. Inoltre, a differenza di Al Qaeda, ISIS, come giù AQI prima, opera all’interno di un territorio specifico (in questo caso il proprio stesso Califfato) e quindi non deve confrontarsi con il problema del trasferimento internazionale di denaro dal luogo della pianificazione a quello dell’operazione, che dal 2001 è diventato, come visto, ostacolo rilevante alle possibilità di azione di Al Qaeda.

  1. Attrazione ideologica e reclutamento. Al Qaeda ha sempre esercitato la propria influenza ideologica per lo più all’interno del mondo Islamico, attraendo aspiranti jihadisti da paesi di religione e cultura islamica di Medio Oriente, Nord Africa e Sud-Est asiatico attraverso la propria propaganda ideologico-religiosa, condotta tramite riviste, video, cassette, messaggi audio e più di recente Internet; e attraverso i propri stessi attacchi[24]. Solo dal 2001 si può osservare una certa capacità di reclutamento e ispirazione ideologica anche nel mondo occidentale, di cui principali esempi sono gli attentati a Madrid (2004) e Londra (2005), che resta però un fenomeno di portata limitata[25].

È con ISIS che il fenomeno del reclutamento di jihadisti in paesi occidentali acquista proporzioni mai conosciute prima; e questo rappresenta per il gruppo di al-Baghdadi, un successo senza precedenti che rafforza l’immagine di gruppo con un ampio potenziale in termini di raggio di azione[26]. L’abilità di ISIS nell’attrarre reclute si basa sulla sua capacità di usare tutti i canali possibili (interpersonali, Internet, riviste…) per radicalizzare musulmani in tutto il mondo e diffondere la sua immagine di unico gruppo in grado di condurre un jihad che riscatti l’Islam e punisca gli infedeli. Questi mezzi già erano stati utilizzati da Al Qaeda e AQI, ma in ISIS trovano maggiore risonanza globale grazie alle crescenti possibilità offerte dalla moderna tecnologia (soprattutto Internet, il cui uso da parte di ISIS è altamente sofisticato e consapevole). Importante il fatto che ISIS, ispirandosi a quanto AQI aveva iniziato a fare con al-Zarqawi[27], punti ad attrarre mujahideen nei propri ranghi non attraverso messaggi dal contenuto religioso come hanno sempre fatto bin Laden e al-Zawahiri, ma attraverso video e immagini dal contenuto brutale e di impatto[28].

Inoltre, in termini di attrazione, è significativo il fatto che sia riuscito a superare quelli che erano stati gli errori di AQI, che si era autocondannato all’alienazione attraverso la propria strategia brutale e settaria.[29] ISIS è invece riuscito a presentarsi a numerosi gruppi e tribù sunnite, di Iraq e Siria, come la migliore alternativa possibile, e ad ottenere il consenso della popolazione dei territori conquistati attraverso la provvisione di servizi civili e la collaborazione nella gestione delle risorse locali, così come nella più ampia conduzione della macchina statale del Califfato[30]. Così facendo, ISIS si è dotato non solo di un’ampia base di combattenti ma anche di un’ampia base di consenso a livello civile.

Sono questi quattro elementi, come illustrati nel dettaglio nei tre capitoli rispettivamente dedicati ad Al Qaeda, Al Qaeda in Iraq (AQI) e ISIS, a mostrare quindi le differenze interne (e non di contesto) tra Al Qaeda e ISIS, a spiegare come ISIS abbia avuto successo non solo nel proclamarsi Stato ma nel mantenere di fatto il controllo sulla maggior parte dei territori occupati; ed è a partire dall’analisi di questi punti di forza che bisogna approcciarsi alla realtà del Califfato, alla minaccia che esso rappresenta, e al nuovo volto che esso ha dato al terrorismo salafita-jihadista.

 

[1] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pagg. 12-13, 24.

[2] Ibi., pagg. 23-26

[3] Ibi., pagg. 23-26

[4] Ibi., pag. 38

[5] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica 8CA), RAND, 2006, pag. 145

[6] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014, pagg. 5-6

[7] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[8] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[9] M. Knights, “ISIL’s Political-Military Power in Iraq”, CTC Sentinel, Vol.7, No. 9, 24 August 2014

[10] Leah Farral, “How Al Qaeda works”, Foreign Affairs, issue March/April 2011

[11] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 28-29

[12] Ibi., pag. 31

[13] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study No. 1, June 2011

[14] B. Fishman, Dysfunction and Decline: Lesson Learned from Inside Al Qa’ida in Iraq, Combating Terrorism Center at West Point, March 2009

[15] C. Reuter, “The Terror Strategist: Secret Files Reveal Structure of Islamic State”, Spiegel Online International, 18 April 2015

[16] Terrorism Research and Analysis Consortium

[17] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 59

[18] Ibi., pagg. 56-62, 73-74

[19] A. Rabasa et al. Beyond al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 59.

[20] E. Londoño, “Al Qaeda in Iraq Gaining in Strength”, Washington Post Foreign Service, 22 November 2009

[21] A. Plebani, “Ninawa Province: Al-Qa’ida Remaining Stronghold”, CTC Sentinel, Vol. 3, No. 1, 13 January 2010

[22] A. Macias and J. Bender, “Here’s How the World’s Richest Terrorist Group Makes Millions Every Day”, Business Insider, 27 August 2014

[23] O.B. Belli et al. “The Business of the Caliph”, Zeit Online, 4 December 2014

[24] A. Rabasa et al. Beyond Al Qaeda. The Global Jihadist Movement, Santa Monica (CA), RAND, 2006, pag. 15.

[25] Ibi., pag. 52

[26] C. Lister, intervista per Spiegel Online International, 23 August 2014

[27] M.J. Kirdar, “Al Qaeda in Iraq”, Center for Strategic and International Studies, AQAM Futures Project Case Study Series, Case Study No. 1, June 2011

[28] A. Plebani, New (and Old) Patterns of Jihadism: Al Qa’ida, the Islamic State and Beyond, Milano, ISPI, 2014 pagg. 34, 39

[29] Ibi., pag. 7

[30] Ibi., pag. 16

 

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