L’Afghanistan oggi: duplice vittima di fragilità interne e di interessi esterni

 

Caratterizzato da una storia millenaria, da un variopinto mosaico etnico-linguistico, e da una ricchezza culturale che non conoscono pari, l’Afghanistan degli ultimi decenni è invece meglio conosciuto per essere territorio di conflitti armati, distruzione, e terrorismo. Ma quali sono le radici di questo declino apparentemente senza fine, quale realtà interna e regionale definisce l’Afghanistan moderno, e quali sono le speranze di rinascita dalle ceneri della guerra?

Parte I – Afghanistan, eterno prigioniero di debolezza militare e instabilità politica

Comprendere l’Afghanistan di oggi e fare luce sui numerosi problemi che soffocano il paese e che vessano la sua popolazione richiede di partire dall’interno, dall’osservazione della sua realtà politica, militare, sociale, e dall’analisi delle cause e delle implicazioni che tale realtà ha.

 

Debolezza Militare – Secondo un’antichissima leggenda afghana, dopo aver creato il mondo Allah si ritrovò in mano un pugno di scarti e, non sapendo cosa farne, li lanciò a caso sulla terra. Fu così che nacque l’Afghanistan.

Senza volersi abbandonare al romanticismo mitologico, questa immagine dell’Afghanistan appare tuttavia appropriata a descrivere un paese che sembra effettivamente essere stato dimenticato da dio.  L’Afghanistan è infatti paese la cui storia degli ultimi decenni non ha conosciuto pace né tregua: stuprato da attacchi esterni e conflitti sin dall’invasione sovietica del 1979; teatro di una brutale guerra civile dal ritiro sovietico nel 1989 fino alla presa di Kabul da parte dei Talebani nel 1996; rifugio di gruppi terroristici dalla seconda metà degli anni ’90; e infine vittima della dottrina bushiana della “guerra al terrore”. Dall’ottobre 2011, nel quadro dell’intervento americano lanciato attraverso una Operation Enduring Freedom che era allora l’incarnazione del riscatto statunitense in seguito all’11 settembre, il paese ha poi visto il proprio suolo calpestato dai “boots on the ground” delle forze internazionali che hanno contribuito alla missione americana e alla parallela missione ISAF a guida Nato. Tale situazione, fatta di una massiccia presenza internazionale legittimata in nome di una guerra universale al terrorismo jihadista che aveva trovato un proprio rifugio sicuro nell’Afghanistan dei Talebani, si è protratta pressoché immutata fino al 2015, quando la presenza americana è stata ridotta a 9,800 truppe e la missione ISAF è stata sostituita dalla più modesta missione Resolute Support.

Pur nel quadro di quest’ importante riduzione numerica, che indica peraltro un più generale ripensamento della strategia Usa e Nato in Afghanistan, gli obiettivi chiave delle forze occidentali presenti nel paese restano essenzialmente due: la lotta al terrorismo jihadista incarnato da gruppi quali Al Qaeda, i Talebani, l’Haqqani Network, e ISIS; e l’addestramento delle forze di sicurezza afghane (ANSF), comprendenti l’Afghan National Army (ANA), l’Afghan National Air Force (ANAF), e l’Afghan National Police (ANP). Tuttavia, rispetto ad entrambi gli obiettivi, i risultati finora raggiunti si sono rivelati di gran lunga inferiori alle aspettative –forse eccessivamente ottimistiche e insufficientemente consapevoli della realtà interna afghana- a partire dalle quali erano stati formulati. Come verrà visto in maggior dettaglio più avanti nel discutere lo scoraggiante scenario di sicurezza che domina nel paese, per quanto riguarda l’obiettivo della lotta al terrorismo, le missioni Usa e Nato hanno saputo solo allontanare temporaneamente, ma non cancellare definitivamente, la minaccia rappresentata dai gruppi terroristici attivi nel paese, che hanno al contrario rivelato una grande capacità di adattamento e riorganizzazione.  Per quanto riguarda il secondo –e correlato- obiettivo dell’addestramento delle forze di sicurezza afghane, nonostante gli sforzi condotti dagli USA e dai suoi alleati sotto la guida del Generale Nicholson, e nonostante gli ingenti investimenti nella ricostruzione di una struttura militare afghana efficace e credibile, le forze militari locali continuano a mostrare debolezza operativa e sostanziale incapacità di provvedere in modo autonomo alla sicurezza del paese.

Costrette a fronteggiare problemi quali lo scarso livello di sofisticazione delle armi a disposizione e il limitato accesso alle più recenti tecnologie militari; la sostanziale mancanza di una cultura militare-strategica nazionale di lunga tradizione che sia capace di catalizzare i diversi gruppi che compongono il mosaico etnico-sociale afghano; e la necessità di lasciare molte zone rurali del paese al di fuori dell’ombrello protettivo di Kabul così da poter concentrare le forze nei pressi dei maggiori centri urbani e nelle regioni dove la minaccia alla sicurezza appare più grave, le forze afghane hanno in più occasioni mostrato la propria dipendenza dal supporto militare americano. Questa realtà –la cui gravità ha peraltro spinto Nicholson a respingere ogni proposta di ulteriori riduzioni al contingente Usa in Afghanistan e a richiedere al contrario il dispiegamento di più truppe sul territorio-  trova peraltro conferma nei dati relativi al controllo territoriale da parte delle forze regolari afghane, che parlano a questo proposito di un declino dal 72% al 57% negli ultimi due anni.

Alla limitata competenza e autonomia operativa delle forze di sicurezza afghane sono poi da aggiungere altri fattori che vanno a completare lo scoraggiante quadro dell’attuale situazione militare nel paese: la corruzione endemica diffusa tra i più alti livelli dell’establishment militare che spesso impedisce l’efficace e rapido trasferimento di truppe, armi, cibo, e munizioni da un avamposto all’altro; la realtà dei cosiddetti “ghost soldiers”, ossia individui registrati nel libro paga del governo afghano ma che di fatto non prestano servizio; l’elevato numero di diserzioni che crea un clima di sfiducia reciproca all’interno dei contingenti e ne riduce l’affidabilità; ed infine la minaccia di infiltrazioni da parte di individui legati a gruppi terroristici che penetrano nei ranghi dell’esercito per condurre i propri attacchi contro target militari.

La gravità di questo complesso insieme di fattori, peraltro, non solo è legata al fatto che limitano considerevolmente la capacità operativa delle forze di sicurezza afghane, ma anche al fatto che compromettono la loro legittimità e credibilità agli occhi della popolazione, andando così a fomentare un pericoloso divario sociale e a creare una fonte aggiuntiva di instabilità e insicurezza.

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Instabilità politica – Sul piano politico, a fare da specchio fedele a tale scoraggiante situazione militare, sono l’instabilità in cui l’Afghanistan versa da decenni e la fragilità dell’esperimento democratico che l’intervento internazionale ha cercato di promuovere nel contesto post-2001. A questo rispetto, sembrava che il paese stesse finalmente muovendo verso l’ideale di un’autentica democrazia rappresentativa quando nel settembre 2014 le elezioni presidenziali hanno portato all’installazione di un governo di unità nazionale (NUG) guidato da Ashraf Ghani, in veste di Presidente, e da Abdullah Abdullah in veste di Chief Executive – una carica creata ad hoc per far fronte alle accuse di frode elettorale che avevano accompagnato la vittoria di Ghani e per controbilanciare il potere Pashtun rappresentato dal Presidente attraverso una figura politica che fosse invece rappresentativa della componente Tagika. Da questo punto di vista, la creazione del NUG ha indubbiamente rappresentato un grande passo avanti per un paese che dopo due decenni di guerre e dopo due mandati presidenziali di Karzai cercava di imboccare –in modo più o meno consapevole e con più o meno convinzione- la strada verso un sistema politico più democratico, stabile, e legittimo.

Tuttavia, la fiducia con cui gli osservatori internazionali avevano accolto in un primo momento l’ascesa di Ghani e Abdullah a Kabul è stata presto contraddetta dai fatti, che hanno al contrario corroborato lo scetticismo di quanti tra gli afghani non hanno mai creduto che un paese nato da un cumulo di sassi e scarti potesse così facilmente scrollarsi di dosso la polvere e le macerie lasciate da decenni di guerra e violenza interna. Paralisi politica e stallo decisionale continuano infatti ad ostacolare il funzionamento del governo a Kabul, dando vita a una spirale di inefficienza che interessa il livello nazionale così come quello regionale e provinciale. Qui, peraltro, molte cariche continuano a restare vacanti a causa di una mancanza di accordo sulle nomine che ha lasciato interi distretti in situazioni di pseudo-anarchia e vittime di abusi di potere e corruzione.

L’incapacità di raggiungere accordi e compromessi che possano –anche a fatica- muovere gli arrugginiti ingranaggi della macchina governativa afghana è il principale ostacolo con cui il NUG si è trovato a doversi confrontare fin dai suoi primi giorni ed è l’inevitabile conseguenza di una cultura politica basata su clientelismo, nepotismo, e alleanze/rivalità settarie che trovano le proprie radici in una società storicamente fondata sul tribalismo. Sullo sfondo di questa realtà sociale è dunque emersa una politica in cui i legami clanici prevalgono sull’interesse nazionale e in cui le istituzioni faticano a rendersi inclusive e rappresentative di ogni componente della variopinta popolazione afghana. In un tale contesto politico, non sorprende allora come la popolazione nutra profonda sfiducia nei confronti di un governo centrale che sembra incapace di garantire rappresentanza e stabilità, e mostri al contrario supporto per leader tribali locali che appaiono maggiormente in grado di garantire livelli minimi di sicurezza e ordine.

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Parte II – Afghanistan, vittima inerme tra terrorismo interno e macchinazioni esterne

Al di là dei problemi politici e militari che l’Afghanistan si trova a fronteggiare, ci sono poi le minacce alla sicurezza che provengono sia dal terrorismo interno al paese, sia dalle macchinazioni delle grandi potenze regionali

Fragile sicurezza – Tali dinamiche di sfiducia nei confronti del governo centrale contribuiscono peraltro a spiegare una delle maggiori sfide che l’Afghanistan si ritrova ad affrontare fin dai tempi della guerra civile degli anni ’90, ovvero la proliferazione di gruppi terroristici di matrice jihadista che ne sfruttano la debolezza politica, la morfologia montagnosa, e le divisioni etnico-settarie, per ritagliarsi uno spazio operativo ideale e avanzare i propri interessi politico-strategici.

I Talebani -fin dai primi passi mossi agli inizi degli anni ’90 dalle madrasse Deobandi del Pakistan dove avevano ricevuto la propria formazione, verso le regioni del sud dell’Afghanistan alle quali erano accomunati dall’identità Pashtun- hanno saputo sfruttare l’incapacità governativa di Kabul e la sfiducia della popolazione locale nel governo centrale per creare efficaci strutture di shadow governance. In altre parole, sostituendosi al governo di Kabul come garanti di sicurezza e come fornitori di servizi pubblici quali cliniche, scuole, moschee, corti di giustizia, mercati, e trasporti, i Talebani si sono guadagnati il supporto di larghe frange della popolazione afghana – soprattutto nelle aree rurali tradizionalmente più isolate ed escluse dai programmi nazionali di sviluppo. Appellandosi ad una comune appartenenza etnica, facendo riferimento a un comune sistema di valori che nasce da una fusione peculiare di Islam sunnita e Pashtunwali (il codice tribale Pashtun), e rendendosi credibile fornitore di servizi e affidabile promulgatore di politiche e leggi, il gruppo si è ritagliato nel corso degli anni ’90 una solida base di potere nel sud del paese che gli ha poi consentito la risalita al nord, fino all’occupazione di Kabul.

Nonostante la disfatta subita dal governo Talebano nel 2001, le dinamiche che ne avevano reso possibile l’ascesa al potere nel 1996 si sono ricreate dopo il 2004-2005, al punto che oggi i Talebani sono tornati ad essere non solo la principale minaccia alla sicurezza interna del paese attraverso continui e brutali attacchi terroristici, ma anche –e cosa forse ancor più preoccupante- il principale contendente per la guida del paese grazie a una considerevole capacità di vincere “cuori e menti” della popolazione. Dal 2015, la drastica riduzione del numero di forze armate Usa e Nato dispiegate in Afghanistan è stata infatti accompagnata da una re-sorgenza talebana che -a partire dall’offensiva primaverile di quell’anno, passando per la breve ma clamorosa presa di Kunduz nell’autunno 2015, e arrivando fino all’attacco perpetrato settimana scorsa a Mazar-i-Sharif e costato la vita a circa 140 soldati (e il posto al Ministro della Difesa Habibi)- ha portato porzioni di territorio sempre maggiori sotto il diretto controllo talebano. In base a quanto trasmesso dai Talebani nel loro sito ufficiale Voice of Jihad, il gruppo si troverebbe oggi a controllare pienamente 34 distretti e parzialmente 167. In altri 52 distretti godrebbe poi di una presenza “significativa”. Questi dati, sebbene rilasciati dai Talebani con chiari scopi propagandistici, non sembrano distaccarsi troppo da quanto riportato da altre fonti: SIGAR, ad esempio, riporta un pieno controllo talebano esteso su 33 distretti e un parziale controllo su 116 distretti.

In aggiunta, nonostante il quadro interno all’Afghanistan sia indubbiamente dominato dallo scontro decennale tra i Talebani e il governo di Kabul, lo scenario di sicurezza è reso ancor più fragile dalla presenza di altri gruppi terroristici che hanno fatto dell’Afghanistan l’oggetto dei propri interessi e il proprio rifugio sicuro. Secondo quanto riportato dal Generale Nicholson, circa venti gruppi terroristici sarebbero oggi operativi nel paese, il che rende l’Afghanistan uno dei territori in cui la minaccia del terrorismo di matrice jihadista si è rivelata maggiormente capace di sedentarizzarsi ed espandersi.

Tra i gruppi che compongono la complessa realtà del terrorismo in Afghanistan, particolare rilevanza hanno Al Qaeda e, più di recente, ISIS. Il primo ha con l’Afghanistan legami le cui radici sono da rivenire nella sua stessa nascita ai tempi del conflitto sovietico-afghano: fu infatti nel 1988, in seguito all’ esperienza militare a fianco dei mujahideen afghani e all’esposizione alla narrativa politico-religiosa da essi incarnata, che bin Laden fondò al Qaeda. È però a partire dal 1996, quando il governo talebano apre le porte del paese a un bin Laden in fuga dal Sudan di al-Turabi e al-Bashir, che il legame tra Al Qaeda e il territorio afghano acquista una indissolubilità che neppure Operation Enduring Freedom ha potuto recidere. Questa special relationship tra Al Qaeda e il territorio afghano è infatti ancora oggi evidente nella presenza del gruppo nell’area a cavallo tra Afghanistan e Pakistan, dove al-Zawahiri ha potuto rilocalizzare l’organizzazione grazie alla debolezza di Kabul e alla connivenza di Islamabad. Da qui, si propaga un’ondata di minaccia alla sicurezza e alla stabilità afghana che è dovuta non tanto agli attacchi condotti da al Qaeda –che sono infatti poco numerosi e influenti- quanto al fatto che, fino a quando Al Qaeda sarà presente in Afghanistan, Nato e Usa rimarranno impegnati militarmente nel paese, mantenendo una presenza armata che incoraggia la narrativa talebana del “combattere l’occupazione straniera e liberare l’Afghanistan”.

Per quanto riguarda ISIS, invece, la sua presenza in territorio afghano è un elemento di instabilità e di insicurezza relativamente recente: è nel 2015 che sono comparse le prime voci circa la presenza in province del nord-est quali Nangarhar e Zabul di una branca del sedicente Stato Islamico denominatasi ISIS-Khorasan (riferimento ad un antico nome utilizzato per designare la regione più orientale dell’Impero persiano Sasanide). Inizialmente stabilitosi in Afghanistan per aggiungere una provincia dall’alto valore geo-strategico al proprio Califfato, le crescenti perdite territoriali subite da ISIS in Iraq e in Siria hanno recentemente spinto il gruppo ad investire sempre di più nel mantenimento della propria presenza in Afghanistan. Qui, ISIS è stato capace di legare a sé membri di gruppi minoritari quali IMU (Islamic Movement of Uzbekistan) grazie ad un’efficace propaganda e ad una narrativa di brutalità, successo, ed invincibilità che ha ben saputo cogliere gli umori di numerosi mujahideen delusi e frustrati da anni di guerra senza vittoria. Ancor più rilevante, però, è stata la capacità di ISIS-K di fare propria la massima del carpe diem oraziano, cogliendo l’attimo per condurre un efficace campagna di reclutamento quando l’annuncio nella primavera 2015 della morte del Mullah Omar avvenuta due anni prima ha creato una spaccatura interna ai Talebani che ha indotto molti tra loro a passare ai ranghi di ISIS-K. Oggi, il gruppo conta circa 700-800 membri attivi e la minaccia che esso pone alla sicurezza afghana in virtù del suo duplice conflitto con Kabul e con i Talebani di Akhundzada è ben testimoniata dalla decisione Usa di attaccare il 13 aprile scorso per mezzo della bomba GBU-43 MOAB (meglio nota con il soprannome di “mother of all bombs”) una serie di tunnel sotterranei nella provincia di Nangarhar utilizzati dal gruppo come nascondiglio.

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Interessi e competizioni nel teatro afghano –  Accanto ai problemi politici, militari, e di sicurezza che l’Afghanistan si trova a dover affrontare come conseguenza delle sue debolezze strutturali e delle sue contraddizioni politico-sociali, un’altra fonte di grande instabilità e incertezza che minaccia di travolgere il paese è data dalle macchinazioni delle potenze regionali che intervengono in Afghanistan e nelle sue dinamiche interne per avanzare i propri interessi politico-strategici.

L’Afghanistan gode di una posizione strategica nel cuore dell’Asia che rende il paese ponte di collegamento privilegiato tra Asia Centrale, Medio Oriente, e Asia Orientale e che ne ha da sempre influenzato la storia, la cultura, la religione, lo sviluppo, e le relazioni con il mondo esterno. Grazie a tale posizione geografica, l’Afghanistan è stato crocevia degli scambi commerciali e culturali che per secoli hanno coinvolto Asia, Europa, e Medio Oriente lungo la Via della Seta e questo ha inevitabilmente esposto il paese a numerosissime e diverse influenze che hanno contribuito alla sua ricchezza culturale, etnica e religiosa. Dall’altro lato, però, la stessa posizione invidiabile dell’Afghanistan ha reso il paese oggetto degli interessi politico-strategici delle potenze confinanti e vittima di una competizione regionale che ne ha corrotto le dinamiche interne, compromesso la stabilità, e minacciato la sicurezza.

Le fasi del “Grande gioco” per l’Asia centrale – Nel 1829, questa secolare competizione per l’influenza in Afghanistan fu appropriatamente definita dal britannico Arthur Conolly “Great Game” – un’espressione che ben sottolinea come il paese non sia che una pedina delle macchinazioni politiche dei più potenti vicini. All’interno di questo “Great Game” che da ormai più di un secolo piega alle proprie regole il destino dell’Afghanistan, due “partite” possono essere individuate. La prima, nel XIX secolo, ha visto la contrapposizione dell’Impero Britannico da un lato, che voleva estendere la propria influenza su Afghanistan e Asia Centrale così da ostacolare l’espansionismo russo e difendere le rotte di accesso all’India, e della Russia zarista dall’altro, che vedeva al contrario l’Asia Centrale e l’Afghanistan come propria legittima zona di influenza e come baluardo contro l’imperialismo britannico nella regione. La seconda “partita”, negli anni ’80 del secolo scorso, ha invece visto la contrapposizione tra la Russia Sovietica e i mujahideen afghani militarmente e finanziariamente supportati da Pakistan e Stati Uniti all’interno di un conflitto rispondente sia alla logica dello scontro regionale russo-pakistano per l’influenza sull’Afghanistan, sia alla logica della competizione russo-americana nel più ampio quadro della Guerra Fredda.  Oggi, le dinamiche del “Great Game” in Asia Centrale sono riemerse al punto che sembra sensato e opportuno parlare di una “terza partita”, di un nuovo capitolo nella lunga e complessa storia della competizione regionale, in cui i protagonisti sono in certa misura cambiati ma in cui gli obiettivi restano per ciascuno di essi l’espansione della propria influenza e l’instaurazione di uno status quo rispondente ai propri interessi politici, strategici, e di sicurezza. Potenze regionali quali Russia, Pakistan, Cina, Iran, e India hanno prontamente (ri)preso in mano le carte del vecchio gioco nel momento in cui la riduzione dell’impegno militare occidentale, la mancanza di una chiara strategia americana in Afghanistan, e la ripresa talebana hanno sembrato aprire nuovi spazi di intervento e nuove opportunità di influenza. Così, esattamente come avveniva nel XIX secolo e nel XX secolo, l’Afghanistan è tornato a vedersi pericolosamente esposto e vulnerabile alle macchinazioni dei principali attori regionali e a ritrovarsi in balìa di eventi che sono al di là del suo controllo.

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Parte III – Afghanistan, pedina inerme di un “Grande Gioco” ancora attuale

Come detto, potenze regionali quali Russia, Pakistan, Cina, Iran, e India hanno prontamente (ri)preso in mano le carte del vecchio gioco nel momento in cui la riduzione dell’impegno militare occidentale, la mancanza di una chiara strategia americana in Afghanistan, e la ripresa talebana hanno sembrato aprire nuovi spazi di intervento e nuove opportunità di influenza. Così, esattamente come avveniva nel XIX secolo e nel XX secolo, l’Afghanistan è tornato a vedersi pericolosamente esposto e vulnerabile alle macchinazioni dei principali attori regionali e a ritrovarsi in balìa di eventi che sono al di là del suo controllo.

 

La lunga e intricata strada che va da Mosca a Kabul – Per quanto riguarda la Russia, il paese ha sempre cercato di estendere la propria influenza nel teatro afghano, dapprima a livello diplomatico-politico e successivamente a livello militare, quando nel 1979 la Russia sovietica prese la fatidica decisione di inviare l’Armata Rossa in Afghanistan dando avvio ad una guerra che si sarebbe conclusa dieci anni più tardi con la discesa dell’Afghanistan nel baratro della guerra civile e con la consegna dell’URSS e del suo esperimento socialista alla Storia. Negli anni successivi, con l’entrata in scena dei Talebani, obiettivo della politica russa verso l’Afghanistan è diventato quello di ostacolare il neo-nato gruppo del Mullah Omar, giudicato portatore di un pericoloso estremismo religioso che avrebbe potuto destabilizzare l’intera Asia Centrale.  La minaccia percepita da Mosca di fronte al dilagare in Afghanistan dell’estremismo islamico sunnita incarnato dai Talebani era infatti frutto della paura russa che tale ideologia – e la violenza che essa promuove- potesse diffondersi in Asia Centrale, destabilizzare i cinque “stan” (Turkmenistan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan) che Mosca non ha mai smesso di considerare propri satelliti, e minacciare direttamente la sicurezza della Russia attraverso il reclutamento e l’indottrinamento dei mussulmani residenti nelle regioni meridionali della Repubblica Federale.

Questa percezione da parte russa di essere esposta a una potenziale e pericolosa minaccia proveniente dal confine sud-orientale ha guidato l’approccio di Mosca all’Afghanistan e la sua lotta contro i Talebani durante gli due ultimi decenni. Gli ultimi due anni, però, hanno visto un cambio di strategia cruciale che ha modificato profondamente non solo la politica estera russa rispetto all’Afghanistan ma anche le più ampie dinamiche di competizione e cooperazione regionale. Con l’avvento di ISIS-K in Afghanistan nel 2015, infatti, Mosca è passata a considerare l’estremismo incarnato da ISIS e il brutale terrorismo da esso promosso come la principale minaccia alla sicurezza della regione, e ha abilmente sfruttato l’ascesa del gruppo per costruire una nuova narrativa strategica in base alla quale ISIS-K è il vero nemico da combattere e un’alleanza con i Talebani in chiave anti-ISIS è la strada per raggiungere questo obiettivo prioritario. Sullo sfondo di questa retorica incentrata sulla massima di realpolitik “il nemico del mio nemico è mio amico”, la Russia ha quindi abbracciato una nuova politica di avvicinamento ai Talebani nel quadro di una comune lotta contro lo “Stato Islamico” in Afghanistan.

Tuttavia, a motivare questo cambio di politica afghana a Mosca non sono solo considerazioni di sicurezza ma anche più generici interessi politici e di potere. Obiettivo centrale della politica estera di Putin è infatti restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale che aveva perso con la fine della Guerra Fredda, e se in Medio Oriente la rincorsa di questo obiettivo si è tradotta nell’intervento militare in Siria nel settembre 2015, in Afghanistan ha portato ad una sostanziale revisione strategica nel rapporto con i Talebani. Attraverso l’avvicinamento al gruppo di Akhundzada, infatti, la Russia mira ad assicurarsi un ruolo di primo piano in ogni tentativo di dialogo che cerchi di definire il futuro assetto afghano e che, per essere credibile e legittimo, Mosca ha capito non potrà prescindere dall’inclusione dei Talebani. In altre parole, avvicinandosi ai Talebani e ritagliandosi così un ruolo come imprescindibile attore di ogni processo di dialogo sul futuro dell’Afghanistan, Mosca aspira a creare un ordine regionale ad essa favorevole e ad estendere in questo modo la propria influenza diretta in un’area strategicamente cruciale del Grande Medio Oriente.

In aggiunta, attraverso il recente avvicinamento ai Talebani, la Russia punta non solo a garantirsi una parte da protagonista nelle dinamiche afghane, ma anche a ridimensionare il ruolo statunitense e la capacità di Washington di avanzare i propri interessi nella regione. È dunque attraverso la lente di questo duplice obiettivo che va vista la decisione russa di ospitare a Mosca il 14 aprile scorso dei dialoghi multilaterali sul futuro del conflitto afghano al quale sono stati invitati i rappresentanti di Cina, India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Turkmenistan, Tajikistan, Kazakhstan, e Kyrgyzstan.

Il triangolo russo-pakistano-talebano – Ugualmente interessante e rilevante nel contesto del nuovo “Great Game”, è inoltre la realtà delle nuove relazioni russo-pakistane: con l’avvicinamento ai Talebani, Mosca non ha infatti potuto prescindere dal rivedere e ripensare anche le proprie relazioni con Islamabad, alla luce del peculiare rapporto di cooperazione che da sempre caratterizza le relazioni tra il Pakistan e i Talebani. Il Pakistan, infatti, è sostenitore e finanziatore dei Talebani fin dalla nascita del gruppo nei primi anni ’90, avendo storicamente cercato di sfruttare la presenza dell’organizzazione in Afghanistan e il suo ruolo politico-militare nel paese per intervenire in modo indiretto ma efficace nelle dinamiche politiche afghane. Obiettivo ultimo della strategia pakistana in Afghanistan è da sempre l’instaurazione di un regime filo-pakistano a Kabul così da guadagnarsi un importante alleato e ottenere profondità strategica in chiave anti-indiana. È dunque nell’ottica di questo obiettivo che i Talebani sono stati storicamente visti da Islamabad come prezioso alleato per evitare che l’Afghanistan finisse nell’orbita di Nuova Delhi e per scongiurare l’incubo di trovarsi ad affrontare forze nemiche e minacce alla sicurezza lungo entrambi i confini.

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La contro-risposta indiana alla strategia pakistana – Dal canto suo, l’India ha sempre –e comprensibilmente- percepito un Afghanistan filo-pakistano guidato dai Talebani come una duplice minaccia alla propria sicurezza. Da un lato, è fortemente sentito a Nuova Delhi il rischio che un governo filo-pakistano in Afghanistan possa garantire ad Islamabad un confine occidentale sicuro e incoraggiarla ad intensificare gli attacchi armati contro l’India nella regione contestata del Jammu-Kashmir. Dall’altro lato, c’è la percezione del rischio che un Afghanistan nelle mani dei Talebani e ostaggio dell’estremismo ideologico che ne informa le visioni politiche possa fomentare il radicalismo islamico nella regione sud-asiatica, fare proseliti tra la popolazione mussulmana del subcontinente indiano, e rendere l’India target privilegiato di attacchi terroristici di natura sia politica (in chiave anti-indiana) sia religiosa (in chiave anti-induista).  Sulla scia di queste considerazioni e percezioni, l’India è pertanto intervenuta nel “Great Game” contemporaneo adottando una strategia che punta a legare a sé l’Afghanistan attraverso ingenti investimenti economici nel paese. Dal 2001, Nuova Delhi ha investito più di 2 miliardi di dollari in aiuti all’Afghanistan, e ha continuato a porsi come uno dei maggiori investitori nei progetti di ricostruzione del paese anche quando i rapporti indo-afghani sembravano più a rischio a causa dell’iniziale decisione di Ghani di perseguire un avvicinamento (poi rivelatosi una chimera) al Pakistan.

L’entrata in gioco del fattore Cina – Nel quadro dell’attuale “Great Game”, l’avvicinamento al Pakistan auspicato da Ghani durante il suo primo anno alla presidenza non ha portato i risultati sperati, e il Pakistan di Nawaz Sharif ha al contrario ripensato il proprio ruolo nel sistema di alleanze regionali nel senso di un raffreddamento dei rapporti con Washington e di un avvicinamento a Mosca e Pechino. La Cina, infatti, è il nuovo grande attore sceso in campo in un gioco dal quale fino a poco tempo fa sembrava volersi mantenere fuori per concentrare le proprie forze (in senso non solo metaforico) nel mare della Cina del Sud e nella competizione in Estremo Oriente con Sud Corea e Giappone. Recentemente, invece, l’interesse cinese si è sempre più rivolto anche all’Asia centrale. A questo rispetto, l’intervento cinese nel “Grande gioco” regionale appare motivato principalmente da ragioni di sicurezza e dalla determinazione a stabilizzare un’area delicata come quella afghana, da cui estremismo islamico e terrorismo potrebbero facilmente e pericolosamente estendersi alla regione cinese a maggioranza mussulmana dello Xinjiang e porre una seria minaccia interna alla sicurezza della Cina e della sua popolazione Han.

In modo non dissimile da quanto visto rispetto alla politica russa verso l’Afghanistan, accanto a queste considerazioni di sicurezza c’è poi anche la volontà cinese di rafforzare il proprio ruolo come attore di prim’ordine nella regione a scapito degli Stati Uniti. Questa aspirazione della Cina a ritagliarsi un ruolo di primo piano attraverso cui estendere la propria influenza nell’area centro-asiatica e attraverso cui difendere i propri interessi politici (consolidare il proprio ruolo come potenza mondiale), economici (difendere i propri investimenti in Pakistan e Afghanistan), e strategici (garantirsi un certo controllo su un’area geograficamente cruciale come quella del territorio afghano), ha portato Pechino a farsi promotore del dialogo con i Talebani e a stabilire con essi un canale di cooperazione e coordinazione -soprattutto in funzione anti-ISIS- che accomuna la Cina a Russia e Iran.

Oltre la frattura sciiti-sunniti: la nuova intesa tra Teheran e i Talebani – L’Iran dell’ayatollah Khamenei è l’altro grande “giocatore” la cui politica estera rispetto all’Afghanistan ha conosciuto negli ultimi tempi un ripensamento simile a quello russo, sia in termini di direzione che in termini di portata: dopo aver osteggiato i Talebani negli anni ’90 a causa dell’estremismo anti-Sciita da essi incarnato e a causa del loro coinvolgimento nella produzione di oppiacei destinati (tra gli altri) al mercato illegale iraniano, e dopo aver cooperato nel 2001 con la coalizione internazionale votata al rovesciamento dell’emirato talebano, Teheran si è più recentemente avvicinata ai Talebani per far fronte comune contro l’ISIS-K.

Essendo l’Iran separato dall’Afghanistan da un confine lungo ed estremamente poroso che lo ha a più riprese esposto alle minacce alla sicurezza poste dalla diffusione del terrorismo, così come ai problemi di instabilità dovuti ai flussi di rifugiati afghani, Teheran ha sempre nutrito profondo interesse (e preoccupazione) per le dinamiche afghane, e ha sempre cercato di influenzarle in modo da contenere le molteplici minacce provenienti dal paese. È pertanto nell’ottica di una necessaria difesa dalle sfide poste da un vicino scomodo e instabile, che l’Iran –posto di fronte al problema della diffusione di ISIS in territorio afghano- è giunto a formulare una politica di avvicinamento ai Talebani. L’obiettivo, come per Russia e Cina, è quello di adattare la tradizionale strategia afghana alle nuove circostanze così da creare nuovi spazi di dialogo, coordinazione, e influenza, capaci di portare una certa misura di stabilità in una zona che riveste un’importanza non trascurabile per la sicurezza iraniana.

Quale esito avrà il “Grande gioco” centro-asiatico? – Il “Great Game” che si sta svolgendo nel contesto afghano è quindi una competizione per l’influenza regionale che vede profilarsi un sempre maggior coordinamento dei Talebani con Russia, Iran, e Cina; che vede la sopravvivenza delle tradizionali dinamiche di cooperazione tra Pakistan e Talebani e di contrapposizione tra Pakistan e India; e che vede una diminuzione della capacità statunitense di difendere il proprio turno al gioco e di sfruttare al massimo del vantaggio le proprie carte.

In quello che è un contesto in continuo mutamento ed evoluzione, in cui nuovi attori scendono in campo e vecchi attori ripensano le proprie tattiche di gioco, solo gli eventi stessi potranno indicare con chiarezza la direzione verso cui la regione sta muovendo. Ad oggi, un’unica considerazione può essere fatta: troppi -e troppo influenti- attori sono coinvolti nelle dinamiche afghane perché una credibile e duratura pacificazione del paese possa essere raggiunta al di fuori di una sincera cooperazione multilaterale. E la costruzione di questa essenziale cooperazione non può che essere promossa sulla base del riconoscimento di un comune interesse alla stabilità e alla sicurezza della regione.

La strada verso tale riconoscimento, però, appare per il momento tanto impervia quanto il montagnoso paesaggio afghano.

 

 

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